You are currently viewing IANNACCI E CALIFANO: DUE VERI POETI DEI NOSTRI TEMPI

IANNACCI E CALIFANO: DUE VERI POETI DEI NOSTRI TEMPI

  • Autore dell'articolo:
  • Commenti dell'articolo:0 Commenti

Ad ogni incontro, ad ogni concerto continuavo a ripetergli  che avrei lanciato una petizione per far studiare i suoi testi a scuola. Come bisognerebbe fare per Battisti, Gaber, De Andrè. Lui rideva e passava ad altro. Lo farò il 21 aprile, ora che il maestro non c’è più, nel grande concerto per ricordarlo.  A nemmeno 24 ore di distanza dalla morte di Enzo Jannacci, un altro lutto ha colpito il mondo della musica: Franco Califano è morto. Solo pochi giorni fa, il 18 marzo, si era esibito nell’ennesimo sold out al Teatro Sistina. L’apollineo Jannacci e il dionisiaco Califano. Erano diversi, opposti, ma se ne sono andati insieme. Due grandi talenti, diversissimi l’uno dall’altro eppure entrambi poeti, Enzo Jannacci e Franco Califano, uno con l’aria scanzonata del bauscia milanese l’altro con un romanticismo romanesco che nasceva anche questo dalla periferia. Due grandi, così diversi ma tanto vicini. La morte del Califfo smentisce una delle sue massime più belle. Quella secondo cui “nella palude se sarva solo er coccodrillo”. Lui non era un coccodrillo. Era il maschio che giocava con la parodia del macho. Il simbolo del politicamente scorretto non per scelta razionale ma per obbedienza a quel richiamo della foresta della cultura pop. E al richiamo del piacere non ancora diventato ideologia edonistica. Quante volte le femministe si sono arrabbiate con il simpatico mascalzone che giocava con le donne amandole tutte senza inibizioni di sorta. Trattava tutti da pari a pari.

Un “mascalzone” democratico che piaceva a tutti, senza temere steccati di sorta perché lui aveva – ci si passi il termine inadatto al personaggio – un che di ecumenico e molto di trasversale. Rideva degli snob, ironizzava sui sapientoni, aveva quella sua bella voce da crooner de’ noantri e “La nevicata a Roma” sembrava l’America, come dicono le parole di una sua canzone tra le più belle. Era post-ideologico già quando l’ideologia impazzava. Mai proletario, semmai popolano. L’istinto di sopravvivenza del giovane di borgata, lui è riuscito a trasformarlo in creatività generosa e multitasking ,cantante, musicista, attore, scrittore dell’indimenticabile “Il cuore nel sesso”, ma se sentisse pronunciare dall’aldilà questa espressione (multicheeeee?) scenderebbe qui giù per “corcare” chi la dice. Una vita spericolata, sempre sull’orlo di un precipizio. Una vita di eccessi mai negati, la sua, tra canzoni, concerti, night, serate nei piani bar, alcol e droga. Negli ultimi tempi si era dato al sociale e alla tv. Frequentava le carceri, preparava concerti ed era amatissimo dai detenuti, che forse si riconoscevano nella sua storia personale, nella sua travagliata esistenza. Il Maestro, lo chiamavano così, aveva tatuato sull’avambraccio il precetto numero uno della sua filosofia morale: “Tutto il resto è noia”. Quella, la noia, l’ha lasciata qui sotto, ad ammorbare un mondo ancora più grigio perché lui non c’è più.

Lascia un commento