IERI SERA HO VISTO AVATAR… E SE FOSSE UN GRIDO DI ALLARME

IERI SERA HO VISTO AVATAR… E SE FOSSE UN GRIDO DI ALLARME

Ieri sera sono stato invitato alla proiezione per la stampa di AVATAR. Su questo film leggerete di tutto. Alora provo a dare una lettura diversa. Perchè a leggerlo con una certa attenzione, di là dalla spettacolarità degli effetti e dalla seduzione del 3-D, Avatar conferma una legge costante del grande cinema americano: dietro ogni blockbuster che si rispetti non c’è solo l’industria, di solito tacciata di cinismo (ammesso che investire per incassare sia un crimine), ma un intelligente connubio fra tradizione e modernità.  Sarà perché ci si sente in un’altra dimensione come i protagonisti del film, senza contare che la forza di persuasione del gigante americano finisce per convincerti che stai entrando nella Storia.

Fatto sta che alla proiezione di Avatar si accetta tutto: cellulari sigillati in funzione anti-pirateria, perquisizioni personali, detector come all’aeroporto (in cerca di armi? macchè, di registratori), la presenza nel buio di ”cacciatori” di onde elettromagnetiche. Fa parte del ”pacchetto” anche la consapevolezza di trovarsi al centro di una serie di record. Il film è il più costoso della storia (400 milioni di dollari, più 150 di pubblicità) e ha già scalzato, con oltre 1,2 miliardi di dollari incassati, il Signore degli anelli dal secondo posto del box office di tutti i tempi (al primo c’è sempre Titanic): per avere un’idea, nel 2009 tutti i film usciti in Italia hanno totalizzato 623 milioni di euro. Il 3D appartiene a una nuova generazione di effetti speciali, il RealD, che garantisce immagini più approfondite, dai colori più brillanti, e fa letteralmente ”volare” gli oggetti sulla platea (un esempio per tutti: il pulviscolo che avvolge Pandora, impressionante).

Se poi ci si chiede se i protagonisti, quei longilinei alieni dalla pelle blu, occhi smisurati e movenze feline, siano attori truccati da un mago del make-up oppure figure animate partorite da computer ultra-sofisticati, la risposta sta nell’abilità degli animatori della Weta, che hanno ”integrato”, esaltandola grazie alle tecnologie digitali, l’azione degli interpreti in carne ed ossa. Lecito domandarsi se il cinema del futuro farà a meno degli umani. Cameron assicura di no, che gli attori non verranno mai rimpiazzati, semmai il computer offre nuove possibilità, abolendo le limitazioni. Quando gli uomini abbandonano la retta via e il Male prende il sopravvento, un dio scende sulla terra per rimettere le cose a posto.  Ma siccome gli uomini, anche i migliori, non potrebbero sopravvivere alla visione della divinità, ecco che la divinità, per manifestarsi, assume una forma fisica che l’uomo può riconoscere. E questo è avatar: la Discesa. 

Jack Sully, nel fantasmagorico film di James Cameron, è l’avatar predestinato a riportare la pace nel sensibile e mistico pianeta Pandora, oggetto delle brame di una spietata multinazionale terrestre.  E’ solo uno dei miti indiani citati nel film: i nativi di Pandora hanno la pelle blu, come Khrisna, il più famoso avatar, e Jack Sully guida il suo nuovo popolo alla battaglia finale cavalcando un immenso uccello dagli artigli d’aquila che ricorda Garuda, animale sacro al dio Vishnu.  Nello stesso tempo, come ben sanno milioni di contemporanei utenti della “rete”, avatar è anche la proiezione, nel regno del virtuale, di un’identità fisica alternativa: il doppio che è, nello stesso tempo, sintesi di sogno, utopia, possibilità di rinascita, opportunità di cambiamento.  In questo senso, il Jack Sully di Cameron è un avatar classico, tradizionale, ma anche moderno: nel suo mondo di appartenenza è un marine paralitico, “dall’altra parte”, su Pandora, un magnifico guerriero; qui un leale servitore della multinazionale rapinatrice, di là prima un traditore, poi un eroe.  A leggerlo con una certa attenzione, di là dalla spettacolarità degli effetti e dalla seduzione del 3-D, Avatar conferma una legge costante del grande cinema americano: dietro ogni blockbuster che si rispetti non c’è solo l’industria, di solito tacciata di cinismo (ammesso che investire per incassare sia un crimine), ma un intelligente connubio fra tradizione e modernità. 

Almeno a partire dalla saga di Guerre Stellari, dalla tradizione deriva il mito, la modernità ci mette le tecnologie e le tematiche di attualità.  In queste operazioni, certo, i plot soffrono di una certa ripetitività, il lieto fine è d’obbligo, e noi non crediamo mai sul serio che l’eroe ci lasci la pelle. E però è dai blockbuster che si comprende la “temperatura emotiva” dell’America, ciò che alla gente sta più a cuore. E maggiore è la risonanza fra la storia raccontata e il sentimento della gente, maggiore è il successo. Per intenderci: se la lotta fra i Jedi e Darth Vather prefigurava la consapevolezza di forze oscure all’attacco della democrazia (il reganismo? Il post-capitalismo?), Avatar, oltre i trucchi e il digitale, è, da un lato, un omaggio critico alla Storia americana, dall’altro un grido d’allarme in chiave ecologista.  Da un lato, i Pandoriani sono visti da Cameron come i Navajos e i Sioux di Piccolo grande uomo e di Soldato blu: vittime di un genocidio che, perpetrato in nome degli sporchi giochi economici, distrugge non solo un popolo, ma altera l’equilibrio stesso fra uomo e natura. 

Dall’altro lato, il saccheggio delle risorse e la devastazione della terra non riguardano più solo un clan, una tribù o una nazione, ma l’intero pianeta. Pandora come metafora della Terra, senza nessun compiacimento identitario- i bianchi colti e ricchi rimediano una figuraccia, davanti ai generosi “selvaggi”- sa molto di spirito democratico e Obamiano.  Completa il quadro un’iconografia dichiaratamente new-age, fatta di corpi filiformi e asessuati, culto della Dea Madre, comunione organica fra tutti gli esseri viventi del pianeta.  Come dire: carichi di sensi di colpa per i danni arrecati in passato, in un momento di crisi, per scongiurare nuove sciagure, ci aggrappiamo alla saggezza degli antichi. La nuova sfida di Hollywood sta dunque in questa domanda di fondo: ci salverà dalla catastrofe un’inedita alleanza fra progressismo e misticismo?  A giudicare dai risultati di Copenaghen si direbbe proprio di no. Ma perché disperare? Dopo tutto, chi l’ha detto che il lieto fine esiste solo al cinema?

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