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IL 3 OTTOBRE IN PIAZZA PER AVVIARE LA RIMASCITA

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Cosa deve accadere di più perché la gente decida che “basta così” e torni in piazza?  Berlusconi accusa l’opposizione di pugnalare alla schiena i soldati in Afganistan e quando definisce “farabutti” i giornalisti che lo criticano.  Brunetta offende la cultura italiana e definisce “un mostro” il collegamento tra magistrati dell’Anm e Csm, qualifica da “fannulloni” i pubblici dipendenti, insulta come “lievemente schifosa” l’Italia del cinema, del teatro, della danza, della lirica, e di ogni altra forma d’arte: qui, nella terra dell’umanesimo e del rinascimento.  La Gelmini marchia da ”meridionali sgraditi” al Nord gli insegnanti, senza i quali tuttavia gli alunni del Nord resterebbero appunto senza insegnanti.  Il ministro Bondi esegue senza batter ciglio gli ordini dell’Oberkommando economia contro i beni culturali, rigurgito di egemonie comuniste.  Scaiola definisce “Annozero una fogna delle calunnie”.  Quagliariello da dell’“assassino” non solo a Peppino Englaro ma a chiunque, presidente della repubblica compreso, aveva creato difficoltà al decreto illegale di Sacconi contro il distacco della spina. E via così, in un anno e mezzo di governo. 

Cosa deve accadere di più perché la gente decida che “basta così” e torni in piazza?  Eppure non esiste al mondo, salvo forse l’Iran e qualche altra teocrazia barbarica, un paese dove si usi nei confronti dei dissenzienti un simile linguaggio da barbari.  Forse, come scrivevo giorni fa, qualche similitudine si può trovarla in Russia, dove i giornalisti vengono divisi tra “chi sta con la Russia”, e viene premiato, e “chi sta contro la Russia” (cioè contro Putin) e viene ucciso, come Anna Politkovskaja.  Distinzione che ispira Brunetta quando divide l’Italia buona” (la sua) e l’“Italia cattiva” (la nostra) e nella nostra ne sottodistingue una meno cattiva e quasi buona e un’altra cattiva e anzi pessima che “deve andare a morire ammazzata”.  Appunto.  Cosa deve accadere di più perché la gente decida che “basta così” e torni in piazza?  Eppure portiamo nel nostro sangue la memoria del giacobinismo di avvocati, medici, mercanti e tricoteuses, a cui bastava la legge del sospetto per uccidere, ècrasez l’infâme.

  Abbiamo una lunghissima tradizione di sovversivismo delle classi dirigenti, dai cannoni di Bava Beccaris sugli operai milanesi di fine Ottocento alle bombe di piazza della Loggia, per finire a via D’Amelio, dalle stragi contadine delegate alla mafia alle platee di industriali padani che si spellano per applaudire il collega Berlusconi che straccia i magistrati, rei d’aver scoperto (solo scoperto) le sue magagne e capaci di scoprire anche quelle dei plaudenti; dai colpi di stato alla De Lorenzo più o meno taciuti nelle alte istituzioni alle cessioni concordatarie di pezzi di sovranità dello stato, durante e dopo il fascismo.  Questi eversori di stato sanno oggi, come sapeva Mussolini, che le parole sono pietre, e che usarle contro gli oppositori realizza la raffinatezza della lapidazione politica, che non fa schizzare sangue e materia grigia a differenza di quelle contro “adultere” ed “eretici” dei paesi barbari.

  Écrasez l’infâme è il linguaggio che meglio esprime la cultura del Partito Mediale Massificato del caravanserraglio italiano, costruito con tutti i linguaggi populisti – calcistico, televisivo, puttanesco, affaristico, eversore – che garantisce il circuito perfetto tra chi lo adopera in alto, sotto forma di politica, e chi lo rilancia dal basso, soddisfacendo un’antica natura di molti italiani.  Essere anarchici, ma con la garanzia di un protettore, stato o corporazione o mafia o monopolista mediatico che sia.  Ci sono molti scrittori e semiologi che ogni giorno parlano del fenomeno anche in chiave politologica.  Certo mancano i politici dell’opposizione, che non sono obbligati a parlare la lingua dell’avversario, ma a sbertucciarla sì.  A denunciare il nuovo sacco di Alarico, la nuova barbarie gutturale che sommerge il paese e crea il caos nelle coscienze, nel quale fermentano le tribù, le sette, i duchi e i baroni.  Da quei tempi barbarici ci vollero settecento anni per riscoprire lingua e civiltà.  E avviare la rinascita. 

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