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IL PESO DEI SOGNI IN UN FILM: “UN GIORNO DELLA VITA”

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I nuvoloni grigi del “già visto” non permettono al film di brillare in originalità. Ma “Un giorno della via” è un bel film, godibilissimo, forse un po troppo nostalgico, ma la trama si spiega velocemente, il ritmo si alza in maniera graduale, e alla fine si resta affascinati dalla storia ricca di emozioni e contenuto. La fotografia è ottima con paesaggi dai colori di quadri impressionisti come sfondo di questa ricostruzione degli anni 60′ vivace e colorata… E’ l’estate del 1964, quella di “Sei diventata nera”, della morte del leader del PCI Palmiro Togliatti, del primo topless, della diffusione delle sale cinematografiche. In un paesino lucano, Salvatore, 12 anni, subisce suo malgrado i tentativi del padre comunista di imporgli la militanza nel partito.

In realtà a lui interessa soltanto una cosa: l’eterna macchina dei sogni, il cinema. Con due coetanei ogni giorno percorre 5 chilometri in bicicletta per raggiungere il cinema più vicino. Nella terra dei “basilischi” dove la gente mormora, lui ha capito il valore del suo sogno: aprire un cinema nel suo paese. Aiutato dai suoi compagni di giochi, Salvatore cercherà di avere il suo “cinema Paradiso” ma per farlo dovrà attraversare anche il suo piccolo grande inferno. Giuseppe Papasso per l’esordio al cinema di finzione sceglie una favola di cinema e sul cinema ambientata in un tempo andato.

Traducete questi cliché in immagini e potrete vedere visi meravigliati di gente al cinema, musiche magniloquenti alla Morricone di Nuovo Cinema Paradiso o le camminate di una Malena che squarciano il bigottismo degli uomini provincialotti. I padri artistici dichiarati di Papasso: Tornatore, Truffaut e il Salvatores di Io non ho paura si sentono e Un giorno della vita, pur se sincero e appassionato, soffre molto di una somiglianza ai loro lavori. Il dispiacere si fa forte perché se si va al centro del sole della storia, quello che illumina le campagne lucane di Melfi si trova un tema struggente e bellissimo: il peso dei sogni.

CETTO: un personaggio superato dagli eventi Tutto quello che sembrava esagerato, oggi è superato. Da quando è nato nel remoto 2003 dentro il programma Rai “Non c’è problema”  il personaggio creato da Antonio Albanese ha accompagnato, anzi previsto l’evoluzione della forma più spregevole di homo italicus in ogni suo aspetto. Come disse una volta per sempre Woody Allen, la vita non imita l’arte, imita la tv. Cetto La Qualunque prova che è vero. Non c’era vizio troppo nefando, comportamento troppo orrido, fisico troppo cafone, che non fosse rapidamente raggiunto, esasperato, perfezionato dal paese reale e in particolare da certa politica collusa o paracriminale. Tutto questo spiega il successo crescente di Cetto, maschera strepitosa, ma anche la delicatezza del suo passaggio al cinema, che ha tempi e modi diversi.

Al cinema un personaggio non basta, serve un mondo. Ma il mondo è contraddittorio per definizione, mentre il film diretto da Giulio Manfredonia è forse troppo uniforme e omologo al suo protagonista per reggere il film. Non è un problema di “realismo” naturalmente, ma di racconto. Per surreale che sia il tono del film, serve una lotta, un conflitto, una minaccia. Qui invece la catastrofe si è già consumata. Cetto La Qualunque ha già vinto quando scende la scaletta dell’aereo che lo riporta in Calabria dopo quattro anni di esilio dorato in Sudamerica. Basta vedere come si veste, dove vive, di chi si circonda. E soprattutto che cosa fa. La sua auto è una spropositata jeep da guerra che sale e scende le scale del paese come una belva. La casa un bordello babilonese con vasche dorate, Buddha giganti, ritratti neoclassici (a quanto pare esiste davvero, è un bed and breakfast dalle parti di Boccea, oltre il Raccordo Anulare). Le sue proprietà, pizzerie e stabilimenti balneari costruiti su siti archeologici o su aree di preziosa macchia mediterranea. Eccetera. Manca un controcampo insomma. Manca un vero antagonista.

Il povero sfidante alla carica di sindaco, l’onesto professor De Santis (Salvatore Cantalupo) non ha la minima possibilità di farcela. Alle urne come sullo schermo. Ma senza conflitto ogni scena rischia di risolversi in uno sketch (ce n’è di esilaranti e di inquietanti, come il “messaggino” mandato al rivale facendogli esplodere l’auto, ma non ce ne sono molte che facciano ridere e facciano paura insieme). Così anche le battute migliori o i momenti più divertenti (l’intero stabilimento che si congela stupefatto quando il tenente dei carabinieri chiede la ricevuta fiscale) volteggiano come a mezz’aria; mentre i coprotagonisti, dalla moglie Lorenza Indovina allo spin doctor milanese (in realtà barese “pentito”) Sergio Rubini, al compagno di merende Luigi Maria Burruano, malgrado il loro potenziale, restano abbozzati, decorativi. Passare dalla tv al cinema si può. Ma quasi senmpore bisogna ripartire dalle fondamenta.

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