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IL PIL E’ IL PROGRESSO DI UN PAESE

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Se lo sostituissimo con un misuratore di parole, l’Italia di oggi sarebbe ricchissima. La politica industriale, i provvedimenti anticrisi, le infrastrutture sono fermi. In compenso, la fabbrica delle parole produce a ritmi da tigre asiatica. L’unico ministro che tace da oltre quattro mesi è il ministro dello Sviluppo economico; che non c’è. Che la sigla SPQR, nel cui nome i nostri antenati portarono il diritto e la civiltà nel mondo allora conosciuto, potesse essere letta anche «sono porci questi romani», è una di quelle battute sciocchine che ogni italiano apprende alle elementari, e per questo non fanno neppure più ridere. Ma una battuta che sulla bocca di un bambino lascia il tempo che trova, è invece desolante in bocca a un ministro del governo della Repubblica, leader del secondo partito della maggioranza.  Anche perché pronunciata mentre Napolitano è a Parigi a parlare di Cavour e unificazione nazionale (si possono immaginare i commenti in Francia, dove lo Stato è una cosa seria). E perché il governo e la maggioranza appaiono da mesi paralizzati in una sterile guerra interna; senza che nell’opposizione prenda corpo un’alternativa credibile Da sempre la Lega ci ha abituati all’estremismo verbale. Le pallottole che costano 300 lire, i magistrati sulla sedia a rotelle cui «raddrizzare la schiena», i neri «bingobongo», l’uso improprio del tricolore, le battutacce contro i compatrioti di Roma e del Sud.

Bossi gode da sempre di una licenza di parola, o meglio di insulto, con la giustificazione dell’efficacia popolaresca. Una delle sue armi è proprio usare il linguaggio da bar e farne linguaggio pubblico. Ma ora la Lega ha fatto scuola.  E lo provano l’escalation verbale di quest’estate, la protervia con cui alcuni berlusconiani si sono gettati nella caccia a Fini, l’irresponsabilità con cui alcuni finiani hanno accusato senza prove Berlusconi di aver fatto o lasciato fare un dossier falso. Ormai ci siamo quasi assuefatti : come se la volgarità e la fatuità passassero come acqua sul marmo. Fino al professore che chiede di buttare i bambini diversi dalla rupe tarpea, fino al presidente della provincia di Varese che chiede la riapertura delle scuole speciali.  L’esuberanza linguistica della politica italiana non corrobora un periodo di crescita economica e di coesione sociale. Avvelena ulteriormente una stagione difficile, in cui gli imprenditori (in particolare i piccoli) sono spesso lasciati soli dal governo nel mezzo di una crisi tutt’altro che finita; e in cui il disagio sociale spesso non trova rappresentanza in un’opposizione divisa e percorsa da suggestioni populiste. Si dice che il Pil non basti a indicare il progresso di un Paese. Se lo sostituissimo con un misuratore di parole, l’Italia di oggi sarebbe ricchissima. Ma non è così che si fanno crescere l’economia e la società.

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