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IN SCENA I SOGNI DI DE ANDRE’

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Nei nostri giorni più incerti Fabrizio De André strappato al prediletto stile intenso e prosciugato, sradicato all’arte povera dal lusso di un’orchestra sinfonica?   Non proprio, o solo a tratti. Certo che vari brividi corrono, ascoltando «Sogno n.1», l’album in uscita  e presentato ieri a Roma   che riporta con elegante prepotenza sulla scena, nei nostri giorni più incerti, la voce del più carismatico e rimpianto artista degli ultimi decenni. La novità è che ora, alle spalle di Fabrizio, c’è la regina delle orchestre, la London Symphony: ha registrato ad Abbey Road, sotto la direzione di Geoff Westley, non nuovo a imparentarsi con la musica d’autore italiana, vista la sua lunga collaborazione con Lucio Battisti, e ha abbracciato un repertorio che noi tanto amiamo, facendolo suo con rispetto, ma senza perdere la propria natura sinfonica. Ed è infatti la forza stessa della formazione e dei suoi 80 elementi, a portare De André in territori che probabilmente egli non avrebbe pensato di frequentare.

Il risultato complessivo è comunque un signor risultato, e paradossalmente sono proprio le canzoni più classiche, e più musicalmente severe, ad essere valorizzate: valga l’esempio di «Valzer per un amore», gioiellino di arte splendente, con l’intervento anche di Vinicio Capossela in duetto, mai così a proprio agio neanche nelle proprie canzoni. Altrettanto pregevole è il capolavoro più recente «Anime Salve», dove il dialogo dell’amata voce è a sorpresa con Franco Battiato, uno che di intensità se ne intende (perseguitato dalle richieste di collaborazioni, ha persino cambiato numero di telefono), e che riesce a costruire qui con l’illustre collega un’ode dove due stili tanto diversi si compenetrano con maestosità insieme terrena e spirituale. L’idea originaria è di Dori Ghezzi, naturalmente supportata dalla Sony che farà del «Sogno n.1» il suo album di punta per la stagione delle vendite natalizie made in Italy.

Dori è così lanciata che già pensa al «Sogno n.2», anzi «Dream n.2», visto che si tratterà, l’anno prossimo, di far cantare le canzoni tradotte di De André ad alcuni artisti internazionali scelti per bravura ma anche per feeling: «Penso agli impensabili, agli improbabili – riflette -. Mi piacerebbero Rufus Wainwright, Anthony&The Johnsons, Patti Smith perché già conosce Fabrizio, e tanto vorrei Annie Lennox. Ma anche dei giovani…». Dori è elettrizzata: «Pensavo da tempo a una fusion classica, ma poi la proposta è arrivata da Londra. Westley ha ascoltato le canzoni e se n’è innamorato, ha chiesto. Io credo nella fatalità. E’ il primo passo fuori i confini, avremmo potuto fare un doppio album con anche artisti stranieri, ma serviva tempo». “Non mi pongo più la domanda: questo progetto piacerebbe a Fabrizio?”  racconta Dori Ghezzi mettendo le mani avanti alle critiche che pioveranno. Ed anche io sono molto perplesso. “Ma aveva fiducia in me, e tanto basta. Non so se avrebbe avuto il coraggio di cantare con l’orchestra, per fortuna le tecnologie ci aiutano”. Sono ancora più perplesso. Comunque è bello che quest’anno, in mezzo a tanti guai, ci torni a trovare Fabrizio De André.

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