You are currently viewing INGROIA “VAE VICTIS”

INGROIA “VAE VICTIS”

  • Autore dell'articolo:
  • Commenti dell'articolo:0 Commenti

Sembra sia rimasto il solo a difenderlo.  Dove sono i rivoluzionari? Dove sono i nuovi amici che già avevano prenotato l’appartamento a Roma centro. Oggi pochi commenti. Poco interesse. Non importa. Quando pagano gli altri importa poco.  Il “dolore degli altri è sempre un dolore a metà” cantava De Andrè. Io fino alla noia ripeterò che  nei fatti Antonio Ingroia sta subendo una ingiustizia. E’ solo su Ingroia che il Csm riesce a trovare l’unanimità. Unanimi nel criticare la sua scelta di scendere in politica e pronunciare quel contestatissimo “Io ci sto”. Unanimi nel decidere che l’unico posto dove può andare  quello che era da tutti ritenuto l’”erede di Borsellino” , una volta sconfitto alle elezioni, è la gelida Aosta, lontano dalla famiglia, e neppure con un posto di pubblico ministero, che pure ci sarebbe stato, ma come giudice fuori ruolo. Unanimi anche nel condividere le azioni disciplinari che piovono sulla testa di Ingroia, “reo” di aver criticato la Consulta sul caso Stato-mafia e di averc ontestato un giudice della Cassazione per Dell’Utri. Deve starsene zitto Ingroia perché – come dicono al Csm – ha già fatto troppi danni alla magistratura. La storia si ripete: «Vae victis!». Guai ai vinti. È in questo mood che, già da giorni, era nell’aria il no a metterlo in aspettativa per consentirgli di andare a dirigere l’Equitalia siciliana.

Non ci sarebbe “un interesse dell’amministrazione della giustizia” a fargli ricoprire quel ruolo da magistrato, anche se in aspettativa. E quale interesse c’è nel consentire che magistrati fuori ruolo vadano nei misteri e nelle Authority o nelle commissioni parlamentari? Contro Ingroia si citano i precedenti di altri magistrati cui quell’autorizzazione è stata negata, un modo per coprirsi le spalle e non assumersi la responsabilità di una decisione che, se fosse stata positiva, avrebbe consentito a Ingroia di fare quello per cui è tagliato, l’investigatore e l’inquirente, anziché il giudice fuori ruolo. Ma al Csm, come tra gli ancora colleghi, c’è astio nei suoi confronti, potremmo dire che non c’è neppure la serenità necessaria per assumere una decisione equanime. C’è solo voglia di attaccarlo e dire che ha sbagliato, perché doveva rimanersene a Palermo a fare il procuratore aggiunto, e soprattutto senza aprire bocca. È singolare quello che avviene nella magistratura. Si avverte la paura diffusa di esagerare, la voglia di non andare oltre le righe. Succede così che Magistratura democratica vuole esprimere solidarietà al collega Nino Di Matteo minacciato dalla mafia e si produce in un comunicato in cui non c’è neppure il suo nome.

Eppure sarebbe facile criticare il Guardasigilli Severino che, pur in presenza della minaccia mafiosa, ritiene che l’azione disciplinare contro Di Matteo solo per un’intervista debba comunque andare avanti. In compenso, sempre al Csm, i componenti si dividono sul caso Laudati e ben tre consiglieri in commissione pensano davvero che il tuttora procuratore di Bari possa trasferirsi in un incarico prestigioso come quello di componente della Superprocura antimafia, una postazione strategica che ha accesso a tutte le inchieste di mafia in Italia. Non pare proprio che un procuratore sotto inchiesta per abuso d’ufficio e favoreggiamento possa ricoprire un ruolo così delicato. Né è cogente l’assunto che in quell’ufficio c’è già stato per molti anni. Ma se il clima è questo, forse sarebbe il caso per lui di dare definitivamente l’addio alla toga. Oggi più che mai è il caso di dire “Vaevictis!” (Guai ai vinti)

Lascia un commento