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IVANO FOSSATI: UN ADDIO SENZA RISERVE

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In piena decadenza le parole non hanno chances”. Forse proprio nei versi che aprono “Decadancing”, il nuovo e, a quanto pare, ultimo album di Ivano Fossati, sta la chiave del ritiro dalle scene annunciato dall’ artista. Con il suo ultimo disco Ivano Fossati porrà fine alla sua carriera. Una decisione serena, presa in tanto tempo. “Non credo che potrei ancora fare qualcosa che aggiunga altro rispetto a quello che ho fatto fino ad ora. Comincerò a viaggiare e a vedere le cose in un altro modo. Mi sentirò più libero” ha spiegato al pubblico Fossati. E’ la stagione degli addii nel mondo della musica. Dopo l’annuncio a sorpresa di Vasco Rossi che in diretta tv qualche mese fa ha detto «mi dimetto da rockstar», oggi è la volta di Ivano Fossati. Non a caso quindi prima dell’addio ha messo insieme ricordi, persone, musica, canzoni e digressioni, una specie di autobiografia della musica che ha fatto crescere un pezzo d’Italia. Lui, musicalmente parlando, nasceva nel 1971 con i Delirium che l’anno dopo lasciarono un’impronta importante nella storia del Festival di Sanremo con Jesahel. Poi lascia la band e comincia l’avventura che lo porta a diventare un autore il cui lavoro appartiene alla cultura del nostro Paese.

La sua discografia solista non è ricchissima ma ha inciso in modo profondo nella cultura musicale italiana: “La mia banda suona il rock” e “Panama e dintorni”, per esempio, sono esempi felici (e molto imitati) di contaminazione tra canzone d’autore e rock, primi capitoli di una produzione che attraverso titoli come ‘700 giornì (l’album che contiene “Una notte in Italia”, una delle più belle canzoni italiane di sempre), La pianta del te, Macramè, Lindbergh, La disciplina della terra fino a Musica Moderna, disegnano un percorso artistico unico per la capacità di conciliare strutture musicali sofisticate con la qualità squisitamente letteraria dei testi. Cantante di rara intensità, Fossati è un esempio felice di come si possano conciliare una personale ricerca artistica e la difesa della propria indipendenza intellettuale con le grandi platee. Non è mai stato, nè ha mai voluto esserlo, un divo da stadio ma ha creato con il pubblico un rapporto di fiducia assoluta: in un certo senso i ‘fossatianì rappresentano un mondo a parte nell’universo dei fan. Fossati è nato a Genova, la città di fronte al mare che ha cambiato la vicenda della nostra canzone. Certo da tempo la parola, il verso, il concetto, la logica sono messe in crisi da forme di comunicazione non verbale che si affidano ad altre suggestioni sopratutto visive. Ma lo sconforto di Fossati va oltre per esprimere un senso di inutilità e di impotenza verso un sistema politico che non rispetta la gente, simile a quello che manifestava Gaber in “Destra e sinistra” o più ancora in “Io non mi sento italiano”.

Gli annunci di ritiro artistico in genere provocano una impennata di vendite dell’ «opera ultima» e fanno schizzare verso l’ alto tutto il catalogo per non parlare dei sold-out al botteghino dei concerti live. Di falsi ritiri quindi è piena la storia della musica. Ma non è questo il caso. Ivano Fossati è forse l’ artista più serio, onesto e rigoroso che abbiamo in Italia. Non ha mai ceduto alle lusinghe commerciali, non ha mai cercato di compiacere il pubblico ed ha una personalità musicale talmente forte da aver condizionato nello stile giganti come Fabrizio De André e Francesco De Gregori. Quindi la sua promessa di gettare la chitarra alle ortiche sicuramente non è un bluff. Resta alcune domande: Perché? Che succede? A sentire lui, ma anche Vasco Rossi, sembra che i sessant’ anni vengano percepiti come una sorta di giro di boa, un cifra che spaventa, un’ età in cui si chiudono i cancelli della creatività. Stupisce poi che quello di Ivano Fossati sia un addio senza riserve, senza i soliti se e ma o però. Insomma, un taglio dei ponti con una carriera limpida e un album finale che suona davvero come un testamento spirituale.     

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