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JESUS CHRIST SUPERSTAR A ROMA

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E’ uno dei lavori che amo di più. Gethsemane è una delle canzoni che amo di più con tutte le domande che Gesù, insicuro e spaventato, rivolge a Dio già sapendo che non avrà risposte. E’ uno dei pochissimi spettacoli che ho visto tante volte e non mi stanco mai di vedere . Con la conclusione assolutamente realistica che richiama, pur nella diversità, quella del film, con tutti i personaggi che, da attori dopo una rappresentazione, tornano alla vita normale, si salutano, si abbracciano. Non c’è gioia però: sullo sfondo la crocifissione, coperta da una immagine gigantesca del volto della Sindone, che il cast continua, mesto e quasi stupito, a guardare. Trionfo dopo trionfo per il quarto anno consecutivo nel periodo di Natale debutta al Sistina di Roma la nuova edizione di Jesus Christ Superstar (fino al 16 dicembre) il musical più visto, più amato, più seguito, più rappresentato al mondo, che porterà nuovamente sulle tavole del tempio del musical italiano Ted Neeley, conosciuto in tutto il mondo proprio per essere l’interprete di Jesus nel film del 1973 diretto da Norman Jewison. 

L’attore, che negli anni ha interpretato diverse volte il ruolo in teatro (sia prima, sia dopo il film), ogni volta arricchendolo con l’esperienza di nuove letture e testi, come i vangeli gnostici (parte degli apocrifi) indossa per la prima volta in teatro una tunica come quella del film. Tratto da un musical di Broadway, “Jesus Christ Superstar”, trasposizione cinematografica scritta dall’inglese Andrew Lloyd Webber e Tim Rice, diretta da Norman Jewison, è una rivisitazione degli ultimi giorni di Gesù e prende spunto dalle sacre scritture, ma totalmente riviste secondo una visione “laica” della storia del Salvatore. Musical interamente cantato senza parti recitate, è un film sospeso tra realtà e finzione scenica: l’inizio con un pullman pieno di attori che si accinge a interpretare il musical è una chiara manifestazione della tragedia dell’uomo costretto a vivere come se stesse su un palcoscenico, celando maschere pirandelliane, dove ognuno ha un ruolo già scritto. Raccontare gli ultimi sette giorni di Gesù Cristo sulla terra in chiave hippie è la grande intuizione del regista Jewison. Un’opera assolutamente originale, una visione tutt’altro che cattolica e ridondante della storia di Gesù, totalmente umanizzata e vicina a quelle che era la gioventù degli eccessi degli anni ’70. Gesù affronta la morte imminente come un essere umano, con dubbi e perplessità che non hanno nulla di divino. Un Giuda Iscariota che si impone sulla scena in maniera tale da rubare spazio agli altri, l’unico razionale e coerente, che vede il suo destino già scritto e ne soffre, perché sa già quale sarà il suo ruolo all’interno della vicenda.

Maria Maddalena, splendida creatura dalla femminilità intensa, investita da una dolcezza che la esula dal suo ruolo già scritto di prostituta redenta. L’interpretazione di Neeley è divenuta col tempo molto più statica, interiorizzando e scolpendo i sentimenti e le parole espresse con l’intensità e le sfumature della voce: di lui basti dire che il pubblico, in delirio, ovunque gli tributa ripetute standing ovation e boati, non solo a fine canzone . Del resto, il solo fatto di avere davanti un mito vivente, per i tanti fans dell’opera crea sempre un clima quasi irreale, un’esaltazione senza precedenti, perlomeno recenti, nella storia del Sistina. Tutto lo spettacolo si basa su una trovata fondamentale di Piparo: quella di non tradurre i brani con sopratitoli o sottotitoli (l’opera è infatti interamente cantata in inglese), bensì di darne il senso con alcune scritte luminose, molto adatte al carattere di “Superstar” con cui è visto Gesù nella concezione dell’autore del libretto e delle liriche Tim Rice. In alcuni casi le scritte riassumono la situazione; nella maggior parte dei casi, invece, si tratta di passi estrapolati dal Vangelo di Luca, che fanno riferimento esplicito alla situazione cui si riferisce il brano del momento. Artisticamente la scelta è d’impatto e molto adatta, perché una traduzione completa avrebbe tolto forza e attenzione alla scena, mentre in questo modo poche parole incisive focalizzano l’attenzione su quanto sta accadendo.

Dal punto di vista dell’interpretazione del senso originale dello spettacolo, invece, l’uso di tali passi sacri sembrerebbe far prendere una posizione di fede al regista che probabilmente non era nelle sue intenzioni; sicuramente tale lettura, maggiormente in linea con la fede, non era nemmeno nelle intenzioni del musical così come concepito e scritto. È noto infatti che JCS abbia dei contenuti molto forti, non contenga la resurrezione di Cristo, veda Gesù nella sua parte umana e non divina, e interpreti Giuda come un personaggio che tradisce perché tradito, l’apostolo che ritiene che a Gesù sia sfuggita la situazione di mano (“Why you let the things you did get so out of hand”), un uomo che si ritiene vittima del piano criminale messo a punto da Dio per i suoi scopi: “God I’m sick. I’ve been used, and you knew all the time. God, God, I’ll never ever know why you chose me for your crime”. Dall’altro lato, Gesù, nel brano “Gethsemane” è triste, stanco e demotivato: “Then I was inspired. Now, I’m sad and tired”. Ha paura di portare a termine quel che Dio e non lui -precisa- ha iniziato: “Why then am I scared to finish what I started, what You started, I didn’t start it”. Inserire brani del Vangelo a commento di quanto accade in questi punti nevralgici, come pure nel momento in cui Giuda si reca dai Sommi Sacerdoti per tradire Gesù, sembra contraddire quel che Tim Rice ha invece inteso comunicare. Se infatti per esempio ci si attiene, durante la canzone “Damned for all time”, al passo di Luca in sovraimpressione “Allora Satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era nel numero dei Dodici…

Ed egli andò a discutere con i sommi sacerdoti e i capi guardie sul modo di consegnarlo nelle loro mani”, viene a cadere tutta la costruzione del personaggio pensata dagli autori. Insomma: si rischia di dare una lettura della storia in chiave cristiano-cattolica più di quanto non volesse essere in realtà l’opera stessa. Quello che Piparo vuole poi rimarcare come il fallimento terreno di Cristo è risolto in modo emotivamente forte e d’impatto: nel momento della famosa flagellazione di Gesù, ad ogni frustata corrisponde un’immagine proiettata sul velatino di fondo: 39 flash in cui si vedono le più grandi atrocità della storia e le vittime di queste nefandezze che ancora oggi le subiscono e muoiono perché il male continua a vincere nel mondo, nonostante il sacrificio di Cristo in croce. Il disastro delle Torri Gemelle, Gandhi, Falcone e Borsellino, la fame nel mondo, il femminicidio, gli sbarchi a Lampedusa, il tutto inframmezzato da scritte come “No alla guerra”, sono solo alcuni dei personaggi e dei temi toccati. Di grande presa anche l’idea di far iniziare parte del pezzo clou, “Superstar”, in esterna: il pubblico in sala vede proiettata in fondo al palco la locandina dello spettacolo fino a che l’inquadratura si allarga su via Sistina e sull’ingresso del teatro. Si comincia a intuire la situazione: c’è Giuda che canta in strada per poi entrare nel foyer e arrivare finalmente in platea seguito dalla telecamera. È pieno di citazioni della cultura hippie e di simbolismi.

Di grande valenza il dualismo tra Gesù e Giuda, quindi tra bene e male: quello che ne esce sconfitto e senza dubbio il primo, perché non ha la forza e la presenza scenica di Giuda che conquista dal primo istante il pubblico, che non può non amare lo storico traditore dalla pelle scura. Il consueto giudizio sul bene e sul male viene qui abbattuto del tutto; unica pecca il Giuda nero:troppo scontato per un film che punta proprio sull’abbattimento dei luoghi comuni. Aldilà del giudizio estetico,“Jesus Christ Superstar” non può non rimanere nel cuore della gente soprattutto per una colonna sonora eccezionale, con interpretazioni che rimarranno per sempre nella storia.

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