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JIMI HEDNDRIX CHE INCARNAVA SOGNI E DELUSIONI DI UNA GENERAZIONE…

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Era accaduto altre volte che Jimi si svegliasse tossendo, la trachea intasata dal rigurgito di cibo, alcol e droghe. Quella notte mangiò, bevve vino rosso, prese anfetamine, poi, insonne, ingollò nove pastiglie di Vesparax. Non sapeva che per dormire gliene sarebbe bastata mezza. l 18 settembre 1970, in una stanza del Samarcanda Hotel di Notting Hill, morì soffocato dal proprio vomito. Non fu suicidio, piuttosto l’irresponsabilità spavalda della gioventù, l’onnipotenza del genio che dimentica di essere mortale. I tranquillanti erano a portata di comodino, messi lì dalla compagna di letto Monika Dannemann e lui, spremuto dai ritmi scellerati di una tournée, sfinito da quella stanchezza cronica che si tramuta in insonnia, ne prese una manciata. La tardiva reazione di Monika nel chiamare l’ambulanza fu determinante, fu il tiro balordo della sfortuna che punisce gli audaci. Oppure, come qualcuno del suo staff ha rivelato anni dopo (e chissà perché sempre in un libro e non in tribunale), fu ucciso dal manager Mike Jeffery per incassare i soldi dell’assicurazione. Jimi aveva ventisette anni, dei progetti e mille buoni motivi per sopravvivere.

C’era un tour, la stima di esimi colleghi, un’eccitante collaborazione orchestrale in arrivo (con Gil Evans), una donna che amava (Kathy Etchingham) e tante altre che frequentava. C’era, finalmente, una casa. Dopo tanta instabilità economica, affettiva, sociale, trovò nella musica il suo equilibrio. Suonare lo portò in Gran Bretagna ed è lì che venne riconosciuto il suo talento. Era troppo bianco per Harlem e troppo nero per il Greenwich Village, ma perfetto per gli inglesi, che adoravano il blues d’oltreoceano, lo compravano dai mercantili americani insieme ai vinili doo-wop, soul, r’n’b, jazz. Hendrix cominciò a guadagnare e poté permettersi un appartamento da 30 sterline alla settimana. Anche uno zingaro ha bisogno di un posto dove appendere il cappello. Londra fu la sua casa, precisamente al numero 23 di Brook Street, nel distretto di Mayfair. Un appartamento in cui abitava con Kathy, all’ultimo piano di quella che una volta era stata la dimora del compositore George Frideric Handel e a due passi dai locali che bazzicava. Fino al 7 novembre nel palazzo georgiano avrà luogo la mostra in suo onore Hendrix in Britain, con abiti stravaganti, memorabilia, testi scritti a mano, seminari di chitarra. Tuttavia, oltre a pensare al “quando” e al “come” ci ha lasciato, è il caso di ricordare “cosa” ci ha lasciato. E ciò va ben oltre una collezione di giacche psichedeliche. Nel cuore del Greenwich Village, 52 West Eighth Street di New York, ci sono gli Electric Lady Studios, inaugurati il 26 agosto 1970. Anche loro compiono quarant’anni.

Jimi li aveva fortemente desiderati, li aveva voluti così come se li era immaginati, a costo di ritardarne la realizzazione e di spenderci il triplo dei soldi. E lì ancora oggi resistono, grazie ad un’atmosfera unica, quando altri di eguale importanza hanno chiuso i battenti. Anche in questo fu un precursore. Fondò uno studio di registrazione inusuale, dove la tecnologia e la freddezza degli strumenti a riposo si incastrava fra comodi divani, pareti curve, soffitti a spirale, murales colorati raffiguranti Ganesh e le fioriture dell’LSD. Lui decise la posizione e il tipo di luci, lui ideò sale grandi abbastanza per far lavorare insieme fonici e musicisti. Un ambiente avvolgente, rilassante, di grande ispirazione per altri artisti: lì Patti Smith registrò “Horses”, David Bowie “Young americans”, gli Ac/Dc “Back in black”, i Clash “Sandinista”, Santana “Supernatural”; da un foro nel bagno passava il cavo di Keith Richards quando voleva creare “in privato”, nel sotterraneo Jimmy Page tesseva “Houses of the Holy”. Ci sono passati tutti da John Lennon agli Stones e gli album più importanti della storia del rock sono indubbiamente tali anche perché hanno inalato l’aria viziata della Signora Elettrica.

Chi è stato testimone costante delle migrazioni creative del luogo si chiama Eddie Kramer, ingegnere del suono preferito di Hendrix, nonché suo fedele collaboratore sin dall’esordio “Are you experienced?”. Ricorda bene il suo primo incontro con Jimi nel 1967 agli Olympic Studios di Londra: un tizio dai capelli sparati, cappotto bianco, trasandato, timidissimo, attaccato all’amplificatore dall’ombelico. Chiedeva un determinato suono esprimendosi coi colori: «Ehi, amico, qui ci voglio più viola, qui meno verde». E Kramer intuiva, ci stava a giocare con un nuovo linguaggio che dava vita a inesplorate forme musicali. Di Hendrix rammenta la spaventosa concentrazione che sapeva dedicare a un’idea, testardo finché non la faceva uscire fuori dalle mani così come l’aveva avvertita dentro la mente. Era un perfezionista, meticoloso e riflessivo in studio come mai si direbbe guardando la sua immagine pubblica o rileggendo le tappe della sua esistenza disordinata. Hendrix era capace di assorbire e di rielaborare tutto: il vocabolario tecnico ed emotivo del blues, il jazz, Bob Dylan, Mozart, la fantascienza di Asimov, la spiritualità orientale, le pulsioni sociali.

Era avido di sperimentazione, interessato a qualsiasi suono, anche a quello di una lattina che cade. In lui c’era l’inventore, il maniaco tecnico, l’artista istintivo, l’uomo non conforme e anticonformista, lo scrittore di testi, il performer carismatico e carico di erotismo. La sua musica e ciò che voleva esprimere non entrava tutta nella chitarra, perciò lui le chiedeva l’impossibile, la portava al limite fino a distruggerla. Incarnava sogni e delusioni di una generazione, raccontava di un mondo fallito e di un altro possibile, offriva una visione dello strumento con cui tutti i chitarristi, dopo di lui, si sarebbero dovuti confrontare. Forse è stato il più grande chitarrista di tutti i tempi. Certamente un innovatore che ha cambiato l’uso dello strumento musicale più suonato al mondo. Nel ’69 era immerso nella ricerca di una direzione e “Valleys of Neptune”, uscito lo scorso marzo, è uno dei pochi dischi postumi che serve ad aggiungere qualcosa alla sua carriera perché è una finestra sul sentiero che stava imboccando. Il resto è perlopiù ghiottoneria per collezionisti.  Ci sarà tempo e altri tristi ricorrenze. Se è vero che la luce che brilla il doppio dura la metà, è altrettanto vero che i fari della memoria, su uno come Hendrix, puntano per l’eternità.

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