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LA CULTURA PER RICARICARE L’ITALIA: IL MIO PUNTO DI VISTA

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«La cultura è il petrolio dell’Italia». E’ stato questo il tema di un qualificato e importante convegno svoltosi a Perugia sabato 16 luglio a margine di umbria jazz cui hanno partecipato oltre 100 invitati in rappresentanza di enti, istituzioni, agenzie di promozione culturale. Un tema importante pur ricco di contraddizioni.  Tema prediletto, lo sviluppo territoriale attraverso la valorizzazione dell’enorme patrimonio umano che c’è, il rilancio dell’economia attraverso la valorizzazione dei vari ambiti dello spettacolo, la speranza di monetizzare in turismo quello che si continua a considerare come un bene morto ma dall’enorme potenziale patrimoniale. Giacimenti, per l’appunto, risorse ereditate passivamente e da drenare fino all’ultima goccia. L’incontro ha affrontato con giuste provocazioni tutti questi nodi. Anch’io sono intervenuto per dire che, tanto per cominciare,  per rendere in termini economici, la cultura e i suoi beni non possono essere trattati come lascito inerte, ma devono dialogare con il presente. Anche quando sono strettamente legati al passato devono costituire un repertorio di progettualità proiettata nel futuro. Pena, come dimostra la situazione italiana, lo scarto tra la realtà e le intenzioni. Un risultato fallimentare sia per i cultori della conservazione che per gli ideologi della valorizzazione, quest’ultimi più in fase con il mondo di oggi.

Beni , capacità concrete, idee in essere, che dovrebbero fruttare e dare lavoro e ricchezza al territorio di fatto  rendono meno del dovuto e sono esposti a un degrado umano e materiale. Città volutamente mummificate, sogni che vengono infranti, capacità professionali emarginate proprio per l’assenza di una riflessione sul ruolo contemporaneo del loro patrimonio, vengono stravolte dall’inarrestabile energia del presente che si è rinunciato a incanalare. L’alternativa suggerita è quella praticata in tutta Europa, della cultura in rapporto proattivo con la società, come palestra di progettualità che parte dal basso e che predilige la creazione di pubblico e di servizi al posto degli eventi o delle cattedrali delle archistar. Un’analisi ineccepibile che sottolinea il ruolo della cultura in economie sempre più terziarizzate e deindustrializzate. Ma che forse sottovaluta il problema da cui nasce tutto, compresi certi velleitarismi incapaci di andare oltre il rimpianto di un passato che, neanche mummificato, potrà tornare più: l’assenza nell’Italia di oggi di una borghesia mecenate dotata di un progetto alternativo all’arricchimento facile della speculazione finanziaria.

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