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LA LEGGE BAVAGLIO… UN VIETNAM PER LA MAGGIORANZA

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Il vicesegretario del Pd Enrico Letta è convinto che il ddl intercettazioni diventerà per la maggioranza, alla Camera “un Vietnam”. Il governo blinda il ddl intercettazioni, ponendo anche alla Camera la questione di fiducia per la “legge Bavaglio”, la vera legge della casta che ci governa. Che ha paura. Fuori dal palazzo si preparano alla piazza i giornalisti, invitati dall’Ordine nazionale alla «disobbedienza civile», e le forze di opposizione e i movimenti, per una grande manifestazione unitaria di protesta.

È la vera legge della casta che ci governa. E ha paura. Soltanto un potere impaurito poteva decidere di proteggere se stesso attraverso il voto di fiducia su una legge che ostacola la libertà delle inchieste contro la criminalità, riduce la libertà di stampa e limita soprattutto il diritto dei cittadini di essere informati. È la vera legge della casta che ci governa e ha paura, Tre principi dello Stato moderno e democratico – il dovere di rendere giustizia cercando le prove per perseguire il crimine, il dovere della trasparenza e della circolazione delle informazioni nella sfera pubblica, il diritto di avere accesso alle notizie per capire, controllare e giudicare – vengono messi in crisi, per il timore che i faldoni dell’inchiesta sulla Protezione Civile aprano nuovi vuoti nel governo.

Tutti i noti comunisti del Paese hanno messo in guardia dalle assurdità e incongruenze di una legge che, con la scusa di colpire l’abuso di intercettazioni, renderà i cittadini più insicuri di fronte alla delinquenza; meno uguali, a forza di eccezioni per parlamentari, preti e agenti segreti; e più disinformati Tutti noti comunisti come il capo della polizia dott. Manganelli, ma anche Feltri e Belpietro, i sindacati delle forze dell’ordine come di comitato di redazione di Mediaset, i magistrati e gli avvocati, la federazione degli editori dei giornali accanto al sindacato dei cronisti, l’associazione degli editori di libri (tranne Mondadori di Marina Berlusconi… per ora), liberi battitori nella maggioranza, i professori universitari, fino a chi fa sommessamente presente la giurisprudenza della Corte europea di Strasburgo. Tutti hanno messo in guardia dalle assurdità e incongruenze di una legge che, con la scusa di colpire l’abuso di intercettazioni, renderà i cittadini più insicuri di fronte alla delinquenza; meno uguali, a forza di eccezioni per parlamentari, preti e agenti segreti; e più disinformati.

Proprio ieri, la Commissione ha approvato gli emendamenti che impedirebbero fino all’inizio del processo (sotto il pugno di sanzioni agli editori fino a 465.000 euro per notizia) anche il semplice riassunto di qualunque atto d’indagine non più coperto da segreto. Come avevo scritto lo « strappo » di Gianfranco Fini dunque non è all’ordine del giorno. La sfida spettacolare lanciata del presidente della Camera in diretta tv nell’aprile scorso non sfocia in una separazione con il premier Berlusconi. L’iter della legge sulle intercettazioni ha conosciuto distinzioni di lana caprina, limature, emendamenti, alterazioni anche consistenti rispetto al progetto originario caldeggiato da Berlusconi, ma al momento decisivo il Pdl, in tutte le sue componenti, si stringe nell’accettazione del voto di fiducia.

Soprattutto, Fini mette la pietra tombale su ogni vagheggiamento di disegno neo-centrista che lo possa vedere come co-protagonista. Il confine del centrodestra non verrà oltrepassato. È la vera legge della casta che ci governa e ha paura, come ha rivelato ieri Berlusconi, di “toghe e giornalisti”. Per una volta, quello del Premier non è un anatema, ma una confessione: legalità e informazione sono i due incubi della destra berlusconiana, e nel paesaggio spettrale dei telegiornali di regime il governo con questa legge s’incarica infatti di bloccarli entrambi. L’obiettivo è che il Paese non sappia. E soprattutto, che non sapendo rimanga immerso nel senso comune dominante, senza più il pericolo che dall’intreccio tra scandali, inchieste e giornali nasca una pubblica opinione libera, autonoma e addirittura critica. Questa è la vera posta in gioco: non la privacy, che può e deve essere tutelata se le parti giudiziarie decidono quali intercettazioni distruggere e quali rendere pubbliche, lasciando intatta la libertà d’indagine e quella d’informazione. Ma proprio questi sono i veri bersagli da colpire. Lo rivela lo stesso Berlusconi che ieri, in piena crisi d’incoscienza, si è astenuto sulla legge perché la vorrebbe ancora più dura. La legge, così com’è, non piace a nessuno e fa male a tutti. Un sistema democratico deve garantire il controllo di legalità, e che deve assicurare trasparenza d’informazione. Non c’è compromesso possibile su questioni di principio, che riguardano i diritti dei cittadini, i doveri dello Stato. produttive, A CHI GIOVA

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