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LA MAGIA NON SI E’ SPENTA: BENTORNATI SPANDAU BALLET

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Sono stati una band leggendaria negli anni ’80 quando dominavano la scena mondiale del pop come rivali dei Duran Duran.  E non sono mai stati dimenticati dai milioni di fan in tutto il mondo al punto che, dal momento in cui è stato annunciato lo scorso marzo, il Reformation Tour ha scatenato un’incredibile caccia al biglietto in tutta Europa.  La loro musica non mi è mai piaciuta.  Li ho sempre ritenuti più un fenomeno di costume che una band.  Ma ieri sera sono andato volentieri a gustarmi il loro ritorno sul palco del Mediolanum di Milano per sentirmi tutta addosso la loro ventata di anni Ottanta.  Anni ’80: erano anni in cui i ragazzi badavano meno alla musica dei gruppi e piu’ a come si vestiva questo o quell’altro; da li’ il macho comincio’ a diventare un po’ piu’ micio, con giovanotti impegnati a costruire l’icona del paninaro – dai luoghi scelti per gli incontri, votati al fast food – indossando il giusto Monclair, le scarpe Timberland, la cintura El Charro, i jeans Levi’s 501, e insomma tutto un repertorio dal quale, se si sgarrava, si finiva out.

  Gia’, perche’ gli ‘80 furono soprattutto anni di vestiti, con la nascita del look dopo un’era di gonnellone ed eskimo, Clarks e studiata transandatezza: ed e’ un vizio che, da allora, piu’ nessuno e’ riuscito a togliersi. Il decennio porto’ in trionfo l’istituzione Top Model, con la santificazione di signorine come Cindy Crawford e Carla Bruni.  Un mondo ottimista, in crescita, che badava agli affari, disinvolto e confuso in politica.  Un’Italia con ancora poche reti, che si riuniva davanti alla tv all’ora di cena per non perdersi in Drive In Tini Cansino e le sue tette, di Renzo Arbore e Quelli della notte, dove amabilmente si prendevano in giro i vizi dell’epoca quasi fossero un gioco, mentre un implume e ancora povero Roberto D’Agostino, dal suo pulpito arboriano pontificava sull’edonismo reaganiano e su Milan Kundera.  Sono passati esattamente trent’anni dal primo singolo, «To Cut a Long Story Short che uscì nel febbraio 1980 e fu subito un grande successo e non sono certo trascorsi in modo sereno, turbati da una separazione accompagnata da incomprensioni e litigi anche feroci che sembrava averli allontanati per sempre.

  Invece no: fuori dal palco certo non sono più i boy che dividevano i poster sui muri delle camerette delle fan e il gel coi Duran Duran, ma sul palco il filo che lega Tony Hadley (voce), Gary Kemp (chitarra), il fratello Martin Kemp (basso), Steve Norman (sassofoni e percussioni) e John Keeble (batteria) non si è mai spezzato.  Anche per le popstar il tempo vola.  Sull’onda della nostalgia e del ricordo partono con Barricades e “Fly For You” e fin dai primi accordi di chitarra si capisce che la magia della “boy band” non si è spenta: pompa adrenalina a tutto volume.  Ora la musica è diversa ma nel concerto come nel disco “Once More” solo due pezzi nuovi, ma tutti i loro classici riadattati all’attualità e in versione acustica e meditata, da adulti verrebbe da dire.  Che poi sono quelli che si aspettano i fan, non più ragazzini neppure loro.  La prima volta che i londinesi hanno sentito la musica degli Spandau Ballet erano sul London Weekend Television, nel maggio 1980.  Un programma dedicato ad un nuovo culto, The Cult With No Name, un gruppo di ragazzi che frequentavano la discoteche di Soho, studenti dall’anima bianca che avevano respinto funk e rock, abbracciando l’electronica, camice rosse e vecchi smoking sulle orme di David Bowie.  Come i loro coetanei manifestavano anche visivamente la loro insoddisfazione.

La loro musica adolescente rappresentava una sensibilità piuttosto che una dimostrazione di abilità. Anche se, sono stati ben presto diventate una delle band più famose della Gran Bretagna. La loro più grande capacità era di essere nel posto giusto al momento giusto.  Eleganti, ben vestiti e ossessionati in modo bizzarro dalla pulizia l’impegno dei loro testi, la facilità degli accordi, la voce calda e tranquilla di Tony Hadley hanno fatto il successo degli Spandau Ballet, un gruppo per tutta la famiglia, la band più in voga del loro tempo. Le cui canzoni sono state utilizzate dai film dei Simpson, Spin City, Charlie’s Angels, The Wedding Singer, così come nella pubblicità della Coca Cola, Sony Ericsson, Caixa, Nissan, Nescafé, Pils e decine di più.  Nel periodo della loro nascita, nel 1979, il concetto di cool – il vero cool – era spesso poco incentrato sulla musica e molto più legato al fatto di trovarsi nel posto giusto al momento giusto. E’ impossibile evidenziare oggi in maniera abbastanza efficace quanto pazzescamente alla moda fossero gli Spandau Ballet nell’inverno del 1979 e nell’estate del 1980. In una sera del 1980 esistevano veramente pochi luoghi più alla moda del trovarsi a Londra, Dublino o Belfast a guardare gli Spandau Ballet eseguire disinvolti il loro repertorio. 

Gli Spandau forse non hanno guidato lo spirito del tempo. Ma hanno avviato l’onda di una nuova era pop che destinata ad attraversare il globo. Insieme con i Duran Duran, Sade e Wham!  Guidata da loro manager è diventata una delle band di più grande successo commerciale degli anni Ottanta, e durante la loro carriera hanno conquistato 23 hit-single, vendendo oltre 25 milioni di dischi in tutto il mondo.  Così come decine di altri gruppi inglesi cresciuti fuori dalla scena romantica, alla fine degli anni Settanta, dalla metà degli anni ottanta gli Spandau diventarono “the global superstar” esponenti di una lucida e decisa replica al post-punk, al reggae, al rock di strada delle culture metropolitane e di quanti erano di “sinistra” che odiavano gli Spandau, perché non avrebbe mai potuto entrare nei locali dove si suonava la loro musica.  Dopo l’enorme successo del gruppo con la loro performance al Live Aid al Wembley Stadium durante l’estate del 1985 – non solo il concerto più importante degli anni Ottanta ma anche il concerto più grande di tutti i tempi non poteva che esserci la divisione.  Dopo lo scioglimento della band alla fine degli anni ottanta, e dopo dieci anni di successi senza paragoni, i fratelli Kemp si sono fatti un nome come attori di talento.

Tony Hadley ha intrapreso una fortunata carriera solista. Steve Norman è rimasto fedele alle credenziali di Spandau con la sua band Cloudfish, suonando il sax dal vivo in vari club in tutto il mondo.  La carriera degli Spandau Ballet è durata dieci anni ed ha coperto gli anni ottanta in perfetta simmetria, dai nightclub di Soho e Ibiza a Hollywood, agli stadi europei ed australiani.  Sono arrivati, hanno visto, si sono divertiti. E poi se ne sono andati, lasciando una gran bella eredità.  E ora sono ritornati per farci ballare ancora una volta. 

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