You are currently viewing LA VERA ITALIA TRIONFA A BERLINO

LA VERA ITALIA TRIONFA A BERLINO

  • Autore dell'articolo:
  • Commenti dell'articolo:0 Commenti

Offuscata dal festival, dalla farfallina e dalle idiozie senza replica  la notizia più importante del giorno è che l’orso d’oro della 62/ma edizione del Festival di Berlino è andato a due italiani, Paolo e Vittorio Taviani per Cesare deve morire. Erano 21 anni che l’Italia non vinceva questo premio. I gloriosi fratelli Taviani – Palme d’oro e altri premi alle spalle – sono tornati, e sono tornati con un gran film, bello e semplice, di quelli che filano via dritti senza un inciampo e che con la stesa sicurezza vanno dritti a cuore e viscere di chi guarda. Non me l’aspettavo, non se l’aspettava nessuno, diciamolo, la diffidenza era alta. I Taviani, nomi-simbolo di un cinema italiano piuttosto vetusto che oggi si fa fatica ad amare, così smaccatamente e anche sfacciatamente autoriale, con tanto di etichetta d’arte incorporata. Invece no, questo Cesare deve morire, che pure è un film loro, incofondiblmente loro per la sicurezza, l’eleganza, il rigore geometrico della messinscena e della regia, non distanzia come spesso è capitato al Taviani-cinema ma incredibilmente avvicina. Grandissimi applausi. Storia semplice. A Rebibbia, sezione speciale, il regista Fabio Cavalli come ogni anno mette in scena un testo teatrale con i detenuti.

Stavolta è il Giulio Cesare di Shakespare. Nel backstage detenuti con alle spalle e davanti molti anni di carcere, e pure qualche fine pena mai. Man mano la tragedia prende corpo sotto i nostri occhi e quelli degli altri detenuti, che sono un po’ pubblico e un po’ coro, avvolge e coinvolge i carcerati-attori e noi spettatori. Ognuno recita nel suo dialetto, siciliano, calabrese, campano, o nella sua lingua transnazionale, e l’effetto è di massima efficacia e naturalezza, alcune battute shakespeariane prendono una forza barbara abbastanza sorprendente. Si arriva al climax, l’uccisione di Cesare, e la scena è da applausi veri e forti. Il carcere intero diventa con immediatezza, senza forzature ideologico-registiche e di messaggio, lo sfondo naturale di quello che va in scena, ogni tanto ma senza esagerare emergono parallelismi tra il personaggio e la vita di chi lo interpreta. Grazie a Dio i Taviani vanno al sodo, restano attaccati a Shakespeare, senza buttarla troppo sulla retorica dell’arte come riscatto e redenzione dalle brutture carcerarie e dalla vita sregolata. Stanno parchi anche sull’altro rischio buonista e politicamente corretto, quello del teatro in carcere come terapia individuale e collettiva.

I Taviani lasciano campo libero a Shakespeare e al corpo a corpo che i detenuti ingaggiano con il testo, apropriandosene, cambiandolo, se necessario stravolgendo qualcosa. Le facce e i corpi e le voci dei carcerati si prestano a meraviglia a questa tragedia tutta maschile del potere, dell’ambizione, del tradimento, della virilità offesa o orgogliosamente esibita. Su tutti stravince il Bruto di Sasà-Salvatore Striano, per quanto ci riguarda il Bruto definitivo, dentro e fuori Rebibbia. Paolo, right, and Vittorio, left, Taviani pose after receiving the Golden Bear for their film ‘Cesar Must Die’ during the Awarding Ceremony at the 62 edition of International Film Festival Berlinale in Berlin Saturday, Feb. 18, 2012. (AP Photo/Markus Schreiber, pool) AP

Lascia un commento