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L’ASSALTO, LA MORTE, IL SANGUE, LO SDEGNO…

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Come si definisce l’uccisione di persone inermi e disarmate? Cosa pensiamo se a compiere questa strage di innocenti è un commando inviato dal governo di uno stato? Come si definisce l’aggressione armata in acque internazionali ad una serie di navi civili cariche di aiuti umanitari? Lo chiedo a me stesso e a tutti i responsabili della politica e dell’informazione del nostro paese perché ad un atto criminale non se ne aggiunga un altro. Come deve reagire un paese democratico e civile come l’Italia di fronte ad un simile massacro? Quello che non può e non deve assolutamente accadere è che le menzogne, la propaganda e le strumentalizzazioni abbiano il sopravvento sulla verità, sulla legalità e sul bisogno di giustizia. Di fronte a tanto orrore e a tanta illegalità il mondo civile deve reagire con fermezza e lucidità.

Cosa è accaduto davvero? Perché è accaduto? Chi sono i responsabili? Cosa bisogna fare per costruire la pace in Medio Oriente e quali sono le nostre responsabilità? Perché l’assalto si è trasformato in un bagno di sangue. Quelle immagini di sangue che hanno già fatto il giro del mondo sono destinate a infiammare gli animi, a divenire una straordinaria arma di propaganda per i gruppi della nebulosa qaedista che propugnano il Jihad globalizzato contro il “Nemico sionista” e i suoi alleati. Sangue destinato a pesare non solo e non tanto sul già traballante scenario politico-diplomatico mediorientale, ma soprattutto sull’immagine, sull’idea stessa di Israele nel mondo. Di fronte alle immagini dei commandos israeliani che aprono il fuoco sul ponte della nave della Freedom Flotilla, è impossibile, anche per il più strenuo difensore dello Stato ebraico, parlare di diritto di difesa, di pericolo immanente. Aprire il fuoco su quelle navi non è un segno di forza, ma di debolezza, di vuoto politico.

Quelle navi portavano aiuti umanitari, non armi. E l’eventuale resistenza opposto dagli assaliti non può giustificare la reazione assolutamente spropositata dei soldati di Tsahal. E tutto questo in acque internazionali. Per Israele è un’onta destinata a durare nel tempo. Per la comunità internazionale, è un banco di prova. L’ennesimo. Una reazione inadeguata alla enormità del fatto, alimenterebbe la convinzione che nel tormentato Medio Oriente, l’Occidente, gli Usa in primis, continuino ad adottare la politica dei “due pesi, due misure”, dove la misura adottata verso Israele è quella della sostanziale impunità. Chiedere, come ha fatto l’Unione Europea, che sia fatta “piena luce” sull’accaduto è una premessa e non il centro di una presa di posizione che non può, non deve tardare. Ma questa tragedia annunciata è anche un banco di prova per Israele, per la sua democrazia: giustificare l’attacco, o pensare di risolvere il tutto con parole di rincrescimento, sarebbe una ulteriore prova di arroganza. E di debolezza. Perché aprire il fuoco su quelle navi non è un segno di forza, ma di debolezza, di vuoto politico. La psicosi dell’accerchiamento, il sentirsi perennemente in trincea, sta portando Israele ad un passo dal baratro, trasformandolo in un ghetto atomico in guerra contro tutto e tutti. Alla fine, anche contro se stesso.

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