LETTERA ALL’UOMO MERDA

LETTERA ALL’UOMO MERDA

 Il fatto è breve. Il fatto è uno dei tanti. Fatti come questi si ripetono ogni giorno. Lo so. Ma il fatto è che questa volta chi mi chiama piange e mi racconta il fatto. Così, sentito il fatto, capito quanto sei bravo, appurato quanto sei forte ho deciso di scriverti, signor uomo merda. Si proprio tu. Tu che ieri hai offeso un portatore di handicap. Un amico di una brava donna, amica di una mia amica. Il fatto è tutto qui. Tu resti una merda. E questo è un fatto. Lui resta un esempio per la comunità. Il fatto finisce qui. Poi però ho pensato di scriverti. Si proprio a te, uomo merda. A te a cui non ha mai scritto nessuno, perché uno come te non merita una lettera ma solo calci in culo. Però non ci penso, e ti scrivo.

Anche se non so come ti chiami, chi sei, dove abiti, che cosa fai, qual è il tuo volto. E sinceramente non lo voglio sapere. Anzi ho il forte dubbio che  la lettera non la capirai. Certamente sei un ignorante. Uno che fa un gesto del genere lo è per forza. Forse neppure sai leggere. Però, avevo bisogno di dirti che sei una merda. Dovevo e  volevo dirtelo. Questo è facile e lo capirai. Questo è il linguaggio che amano quelli come te. Quelli che se la prendono con i portatori di handicap. Quelli che sanno attaccare i disabili. Che solitamente strisciano, ma davanti ad un disabile sanno sfogare la propria rabbia di una vita inutile.  E non saprei come altro chiamarti. Come lo vuoi definire uno così. Non mi spreco a spiegarti che tu, offendendo un disabile, per la legge hai offeso anche me. E’ inutile. Però, invece, segnalare alla moglie di questo signore disabile, e alle associazioni benemerite del territorio, che la legge è dalla loro parte, e condanna duramente chi offende un disabile, come se li avesse offesi tutti., questo può essere utile. E già. Un’offesa a una persona con disabilità, non solo moralmente, è un’offesa a tutte le persone con disabilità e alle associazioni impegnate per la tutela dei loro diritti.

Questo il senso di sentenza pronunciata nell’ambito di un processo penale che ha visto vittima una donna con patologia congenita. Avvocato. Che è stata offesa ,  insultata e denigrata a causa della sua disabilità da due persone . Il giudice ha condannato i due imputati a 12 mesi di reclusione (la richiesta del Pm era di 8 mesi) e al risarcimento dei danni a favore della vittima. Il giudice ha disposto il risarcimento dei danni anche per le tre associazioni che si sono costituite parte civile. L’ammontare complessivo delle provvisionali, comprese le spese legali di tutte le parti costituite, è di circa 50mila euro. Il giudice ha riconosciuto che l’offesa a una singola persona con disabilità, non solo offende la ricorrente, ma tutte le altre persone con disabilità. Tale comportamento pregiudica e lede la faticosa quotidiana attività delle associazioni che si battono per promuoverne la piena inclusione sociale e il rispetto dei loro diritti.

La sentenza riempie di soddisfazione, perché il giudice ha compreso l’estrema gravità dei comportamenti dei due imputati. Ha compreso i contenuti offensivi e denigratori in danno delle persone con disabilità. E per questo motivo, per dare un monito anche ai più giovani, ha voluto infliggere una punizione esemplare ai due colpevoli. Se la famiglia interessata volesse percorrere questa strada io sarei al loro fianco, convinto che questa azione rientri pienamente nell’ambito della mission della mia piccola rubrica. Ora probabilmente, accanto a una sanzione di tipo economico seguirà una sentenza dalla maggiore valenza educativa, la condanna degli imputati allo svolgimento di lavori socialmente utili presso una delle  associazioni di tutela dei diritti umani e civile del territorio. Non devo essere io a ricordare a questa famiglia che l’art 2 della legge, 01/03/2006 n° 67, G.U. 06/03/2006 recita “Sono considerati come discriminazioni quei comportamenti che violano la dignità e la libertà di una persona con disabilità, ovvero creano un clima di umiliazione nei suoi confronti “. E neppure che ,l’articolo 3 della Costituzione, comporta che non può essere praticata alcuna discriminazione delle persone con disabilità. Però una cosa la voglio dire.  Ci tengo. Ogni disabile ha,in vario modo , una malattia odiosa.

L’offesa alla integrità, le menomazioni, mantengono intatta, a lungo, la loro crudeltà. Eppure noi disabili, placata la rabbia, sappiamo dove, anzi  chi guardare. E da Lui ci sappiamo amati e salvati. Noi disabili sappiamo che Cristo è il solo vero innocente e che la sofferenza non è solo sfregio alla magnificenza di cui noi, solo noi creature umane, siamo fatti degni. Ma ha inscritto un senso. E ha una fine, oltre che un fine altissimo. Noi sappiamo che il nostro valore  è indisponibile, e sganciato da qualsiasi produttività. Non solo la nostra vita, ma anche la Sacra Scrittura è costellata non casualmente da innumerevoli figure di persone con disabilità, alcune delle quali decisive nella storia della salvezza: da Mosè dislessico fino al sordomuto che rievochiamo in ogni battesimo, dall’immobile uomo che aveva quattro audaci amici capaci di calarlo davanti a Gesù dal tetto scoperchiato di una casa di Cafarnao, al cieco nato, seduto a Gerusalemme lungo la via, che indusse gli apostoli a domandarsi perché fosse nato cieco.

Quella domanda è la nostra domanda. La domanda che ora ci sta a cuore è quella sul significato spirituale delle disabilità. Perchè? Cosa significano? Quel signore offeso senza ragione certamente si sarà chiesto: perché io ? Certamente avrà detto Dio dimmi perché io” ? Quante mamme, quanti papà o fratelli, in mille diversi frangenti di dolore , si sono chiesti gemendo dal dolore, o a volte rabbiosamente stizziti, il perché di queste condizioni! Perché io ? A volte affrettandosi a chiudere questione e cuore con uno definitivo “non lo so, non capisco, non accetto”. Tanti sono fuggiti lontani da un dolore così grande, persino tra i padri e le madri; tanti intorno appesantiscono questa croce, che resta tale, con la solitudine, l’isolamento e un ingiusto e del tutto ingiustificato stigma sociale per le famiglie che portano il calvario di un caro invalido. 

Molti si perdono dietro le domande. Perché lui? Ma cosa ci stiamo perdendo? Tutti attraversiamo fasi di “desolazione”, “momenti bui” in cui le cose sembrano perdere senso. Ancora una volta è la semplicità della croce che cambia le carte alla visione  gli uomini. La croce di Cristo da le risposte alle nostre domande e al nostro dolore. La croce ribalta completamente la logica dei tempi, bellezza, ricchezza, apparire. E mette le cose al posto giusto. La croce è la testimonianza più potente della dignità, e del valore infinito di ogni persona, specialmente di quelle che il mondo considera più deboli, fragili. Inutili. Attraverso la condivisione della ‘follia’ della Croce, i disabili diventano i più forti tra di noi. Perché quell’uomo sulla croce è certamente uno svantaggiato.

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