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MA CHI E’ STO LOU REED? A WALK ON THE WILD SIDE

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Ieri sera ha cantato a Pescara in una affollata arena d’Annunzio sold out da molti giorni. Tutti abbiamo canticchiato con lui “Du du du du du du” del suo “A Walk On The Wild Side” ma pochi ricordano che con le sue storie di ordinaria follia urbana ha raccontato l’altra faccia dell’America, ha inventato il rock decadente, ha continuato a sperimentare nuove forme di interazione tra poesia e musica da padrino della new wave, “New York city man” per antonomasia del “rock’n’roll animal” che si è immolato per sempre al rock “potere oscuro che può cambiarti la vita”… Una giovane amica mi ha chiesto “Ma chi è ‘sto Lou Reed??” Come si fa a descrivere una passeggiata sul lato selvaggio della musica. Non so, come dire?  Vorrei dire che, come la letteratura, anche la musica ha chi sublima il vizio sottraendolo al giudizio della morale corrente. Il Baudelaire in versione pop rock si chiama Lou Reed. Un’icona. Un archetipo. Un mito. Una leggenda vivente? Questo è oggi Lou Reed, che al rock’n’roll ha dedicato una vita. Ma non una leggenda che sopravvive a se stessa, bensì un artista in continua trasformazione che, da più di quarant’anni, mantiene intatta la voglia di emozionare e di emozionarsi; che, da quarant’anni, continua a stupire, sfornando canzoni su canzoni che dice di sentire incessantemente nella sua testa come una radio permanente.

Dalla metà degli anni Sessanta non c’è stato decennio in cui non abbia lasciato la sua impronta contribuendo, di fatto, a uno sviluppo significativo della musica rock, di cui incarna incredibilmente ancora il vero spirito: iconoclasta, ribelle, fuori degli schemi. Creatore con David Bowie, Mick Ronson e Andy Warhol di una corrente culturale con espliciti riferimenti al mondo della droga, della transessualità e della prostituzione senza accenti drammatici o moralistici, ma come invito “Take a walk on the wild side”. Vittima per anni di abuso di droghe e alcool, a differenza di tante rockstar della sua generazione scomparse soccombendo a uno stile di vita che faceva dell’autodistruzione una forma di esperienza artistica, ha avuto la fortuna, ma soprattutto la forza e la capacità, di venirne fuori, acquisendo quell’equilibrio e quella integrità, assolutamente impensabili solo fino a qualche tempo prima, che gli hanno finalmente permesso di essere in pace con se stesso senza più la necessità di doversi nascondere dietro alle maschere dei suoi personaggi. Lewis Firbank “Lou” Reed nasce a New York il 2 marzo 1942. A 14 anni incontra il musicista gallese John Cale; John Cage e LaMonte Young. Incide il suo primo disco con questi. Sono i “Velvet Underground”, precursori del fenomeno new wave, profondamente legati alla New York anni 60, un crogiolo di avanguardie, artisti e circoli underground, rappresentano l’anima più oscura e sotterranea della cultura alternativa.

Bob Dylan aveva spalancato le porte e indicato la strada. Il rock poteva essere una musica viscerale ed emotiva, ma poteva anche servirsi della poesia per colpire ancora più in profondità. Un mirato uso del lessico, un perfetto accostamento fra parole e sillabe che dà alle sue canzoni, brevi storie in musica, un tono più narrativo che lirico, immagini precise, potenti e dense di suggestioni e inquietudini, rivelano in Reed, sin dall’inizio, una maturità stilistica impressionante. La musica dei Velvet Underground – gruppo che si rivelerà fra i più influenti e importanti della musica rock – è diversa da qualsiasi cosa suonata in precedenza. Sono scomparse le tonalità blues e i ritmi afro-americani, componenti principali di tutto il rock’n’roll suonato sino a quel momento. Quello che propongono è un rock minimalista, il cui magma ritmico ed espressivo è il frutto di una strumentazione che è quanto di più innovativo e originale si possa immaginare.  Droga e alcool lo distruggono. Abbandona le scene. E’ abbandonato a se stesso. Ha scritto e interpretato alcune fra le più belle e innovative canzonidel rock ma, ciò nonostante, si trova in un vicolo cieco che lo fa sprofondare nella più cupa incertezza.

Nel 1987 muore improvvisamente Andy Warhol. Sotto shock, Lou Reed e John Cale si ritrovano al suo funerale e, dopo 22 anni, decidono di tornare a lavorare insieme. Si chiudono in studio e si rendono conto che, magicamente, l’alchimia musicale fra loro funziona ancora e, come ai tempi dei Velvet Underground, le liriche di Reed si adagiano perfettamente sul tappeto di note steso da Cale. Anche la sua immagine pubblica è cambiata. Non è più il rocker maledetto e tormentato, ma un intelligente e colto intellettuale cinquantenne, totalmente liberato dalle inquietudini, che può finalmente guardare con distacco e indifferenza al suo imbarazzante passato. Artista completo, dotato di carisma e cultura, adorabile e affascinante, seducente ma anche perfido e tutt’altro che accomodante, è stato, ed è, scrittore, poeta, inventore di suoni, musicista, ricercatore. La sua grandezza sta nell’essere riuscito a fare assurgere alla statura intellettuale la musica rock, sino a quel momento ritenuta una forma artistica giovanile, trasformandola in quello che lui stesso ha più volte definito “rock per adulti”.

Ha saputo, proprio come aveva fatto Warhol in altri campi, veicolare la “cultura alta” in un formato accessibile alle masse. Con le sue liriche ha rappresentato in modo compassionevole i lati oscuri della società contemporanea, rivelando le profondità nascoste, disperate, dell’animo umano. Le rughe che solcano il suo viso, imperscrutabile, ironico, indifferente e schivo, sono come ideogrammi che raccontano l’intera storia del rock, attraverso tutte le fasi della sua pluridecennale carriera. Il suo stile come chitarrista è intenso, viscerale, eccitante. La chitarra è per lui “come un utensile, un mezzo per comunicare emozioni, stati d’animo, per sperimentare soluzioni sonore dando forma ai pensieri”. La sua voce, profonda e inconfondibile, forse nemmeno bella e quasi bizzarra, può essere ironica e sferzante, calda e leggera, vibrante e trepidante, compassionevole e recitante, al punto da sembrare un caro amico che ci racconta una storia, e sempre in grado di regalare forti emozioni.

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