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MA SAPPIAMO VERAMENTE SU COSA ANDIAMO A VOTARE DOMENICA?

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Sappiamo veramente su cosa andiamo a votare ? Al di là dello specifico giuridico dei quesiti referendari, e prima di dividerci in favorevoli e contrari, la questione è se sappiamo valutarne esattamente contenuti e conseguenze. Cominciamo dall’acqua. Andiamo davvero a votare per stabilire se l’acqua italica perderà il suo carattere pubblico e potrà essere mercificata come altri beni? La risposta è no, non è vero. Quello che invece succederà è che la gestione dei servizi idrici avrà una corsia preferenziale per i privati. Ma è invece giusto domandarsi se questo porterà vantaggi per i cittadini, per l’ambiente e, infine, per la risorsa acqua in sé. Oggi l’acqua in Italia costa circa un euro ogni mille litri, una cifra davvero irrisoria, e viene garantita alla stragrande maggioranza della popolazione pulita e abbondante, tanto che, se lasciassimo aperti tutti i rubinetti di casa 24 ore su 24, l’acqua continuerebbe a esserci servita per tutto il tempo. Per questa ragione sembra difficile migliorare il servizio idrico: escluso che si possa fornire acqua colorata o profumata o gassata al rubinetto, per l’utente non ci può essere alcun vantaggio.

I fautori del no sostengono che così si riparerà la rete degli acquedotti italiani, ridotta a perdere circa 40 litri ogni 100, ma sembrano ignorare tre fatti: che quell’acqua in gran parte ritorna in falda (e dunque agli acquedotti), che il vero spreco dell’acqua è nell’agricoltura (circa il 60% dell’uso, contro meno del 20% di quello potabile) e che nessun privato si sobbarcherà una spesa che viene valutata cautelativamente attorno a 60-80 miliardi di euro. E’ difficile individuare altri motivi a questa privatizzazione forzata che non quelli del mero profitto per le imprese, non del vantaggio per i cittadini: un piccolo guadagno, però costante per decenni, come la rendita di un affitto. Il referendum sull’energia nucleare può essere letto in questa stessa chiave: il ritorno all’atomo porterà un vantaggio per i cittadini, per l’ambiente o per il fabbisogno energetico nazionale? L’incidente di Fukushima dimostra che l’energia nucleare non è sicura intrinsecamente: dopo tre mesi le perdite radioattive non sono state ancora fermate e sarà difficile tornare ad abitare in quei luoghi per almeno mezzo secolo.

È vero che anche gli altri impianti di produzione di energia sono dannosi per la salute e per l’ambiente, ma quando avviene un incidente in una centrale nucleare sono guai per tutto il pianeta per generazioni. Ma anche il vantaggio per i cittadini sembra dubbio: già oggi l’energia nucleare è la più cara di tutte, come dimostrano i dati del dipartimento dell’Energia degli Usa. In queste condizioni la bolletta costerà di più, non di meno, soprattutto in un Paese che dovrebbe impiantare ex novo le centrali. Inoltre l’Italia dovrà importare l’uranio, che prima o poi finirà, esattamente come il petrolio. E anche per l’ambiente non si vedono vantaggi, perché è vero che si riducono le emissioni clima alteranti, ma non esiste ancora al mondo nemmeno un sito per lo stoccaggio definitivo delle scorie. Anche in questo caso il vantaggio è tutto dei gruppi che costruiranno e gestiranno le centrali, che, non a caso, si oppongono fieramente al referendum, perché perdono l’occasione di contrarre un mutuo molto vantaggioso: introiti privatizzati e «perdite» a carico dello Stato. Al di là dei distinguo ideologici, le questioni acqua e energia su cui si voterà si riducono a logiche molto più semplici ed è su quella base che i cittadini possono riappropriarsi di una consapevolezza troppe volte lasciata in altre mani.

Comunque andrà a finire (ma vinceranno i SI) ha vinto la voglia di cambiamento. Questa sera non riuscirete a trovare neppure un amico, collega, vicino di casa che non è andato a votare. Comunque andrà a finire (ma vinceranno i 4 SI) ancora una volta gli italiani hanno dimostrato di saper scegliere. Una spinta alla partecipazione sembra venuta proprio dagli inviti a disertare le urne. Ma l’aspetto più eclatante è la crisi di una Seconda Repubblica forgiata all’inizio degli anni Novanta anche per via referendaria emessa in mora adesso da referendum che sembrano essersi assunti un ruolo di supplenza. A giudicare dall’affluenza di ieri sembra altamente probabile che il quorum verrà raggiunto. In molti vi leggeranno una grande vittoria dell’opposizione, una nuova spallata al governo. Ma la vera vittoria è un’altra: una grande ritrovata voglia di partecipazione dei cittadini. Non si può infatti imputare una così alta affluenza solo a una vittoria dell’opposizione: se anche tutte le persone che alle ultime amministrative hanno votato per i partiti d’opposizione andassero a votare per il referendum, il quorum non verrebbe raggiunto. E’ quindi evidente che molte persone, anche tra quelle che continuano a supportare questo governo, hanno voluto dare un messaggio molto chiaro alla politica: ci siamo e vogliamo esserci. Vogliamo contare, vogliamo dire la nostra.

Questo è un segnale più profondo e importante dei singoli quesiti referendari. Ed è evidentemente la reazione a una stagione politica che sistematicamente ha escluso i cittadini dalle proprie scelte e decisioni, una stagione in cui rappresentanti parlamentari hanno fatto e disfatto coalizioni, saltando con disinvoltura da uno schieramento all’altro, dichiarando e smentendo alleanze, lanciando proposte subito stravolte o rimesse nel cassetto a seconda della convenienza. Un comportamento che, come sottolineato da molti commentatori, è legato alla pessima legge elettorale che abbiamo, che non consente ai cittadini di scegliere i candidati che vogliono eleggere. Con questa legge, di fatto, deputati e senatori non rispondono più ai loro elettori, ma ai capi partito che decidono di candidarli (e se ricandidarli in futuro…). Questo segnale è importante, e dovrebbe insegnare una lezione a tutti.

Una lezione ai politici di entrambi gli schieramenti, che capiscano che non si può governare un Paese ignorando e snobbando i propri elettori. Ma anche una lezione per tutti i cittadini, soprattutto per quelli che per anni hanno seguito con noia e sonnolenza le vicende politiche italiane, disertando le urne quando decisioni importanti venivano prese, oppure fidandosi ciecamente dei politici che avevano votato, seguendoli come si fa con la squadra del cuore. La lezione che tutti quanti dovremmo imparare è che la soglia dell’attenzione dev’essere sempre alta, che la partecipazione democratica è qualcosa che va esercitato sempre, non solo quando stiamo per scivolare nel baratro o quando qualcosa comincia a toccarci personalmente. La partecipazione si coltiva ogni giorno: informandosi, ragionando, discutendo. E non solo nelle piazze, ma nelle case, nelle aziende, nelle scuole, nelle strade, mettendosi anche in gioco quando necessario e non solo facendo il tifo per o contro qualcun altro. Solo così una democrazia può mantenersi viva e rinnovarsi sempre, anche quando non siamo chiamati alle urne.

Ma non è un voto a favore di qualcuno Secco e brutale nel suo dualismo sì-no, l’istituto del referendum rappresenta la via più semplice per affrontare questioni complesse. Può apparire inadeguato e quindi non piacere, ma di sicuro permette di dar voce al popolo in modo clamoroso e trasparente. In questo caso è servito a dar fuoco alle polveri. Una politica stagnante dentro la cornice di un’economia altrettanto stagnante, un Governo ingessato e di fatto immobile. Il bilancio fallimentare di una maggioranza che aveva trionfato nelle urne appena tre anni fa. Un presidente del Consiglio troppo indebolito dai suoi errori pubblici e privati per esercitare una leadership efficiente e soprattutto non più in sintonia con il Paese dopo diciassette, lunghi anni in cui buona parte degli italiani aveva subìto la sua suggestione carismatica. Ecco la montagna poco incantata che la mina referendaria ha fatto saltare. Ora davvero nulla sarà più come prima. Chi non è convinto di questo, chi pensa che il Governo e la legislatura possano andare avanti con qualche piccolo aggiustamento, ha capito ben poco di quello che sta accadendo.

Il problema è che nemmeno gli altri, coloro che intuiscono il cambiamento e magari lo cavalcano con la retorica delle grandi occasioni, nemmeno loro sanno dove dirigersi. Si sta aprendo un vuoto nella politica italiana e continua a non essere chiaro chi e come riuscirà a riempirlo. Quello che oggi sappiamo è che gli italiani hanno votato in parte nel merito dei quesiti, in parte per scrollare l’albero romano. Hanno dato voce alle angosce per le centrali nucleari e ai timori che l’acqua alimenti il profitto privato a scapito dell’interesse pubblico: è la prova che i promotori avevano scelto bene i quesiti, tutti in grado di toccare le corde emotive più profonde dell’opinione pubblica, specie dopo il disastro in Giappone. Ma forse queste emozioni non sarebbero state sufficienti per portare al voto il 57 per cento, se non avessero incontrato un malessere e un disagio diffusi, anche un senso di scoramento di fronte all’inerzia di una classe dirigente che assiste impotente o quasi alla crescita zero, alla disoccupazione giovanile dilagante, al progressivo distacco dall’Europa che conta.

Tanto è vero che il quarto quesito, quello sul “legittimo impedimento”, il più politico, in condizioni normali difficilmente avrebbe raggiunto il quorum; ma stavolta si è giovato della corrente ascensionale e ha contribuito anch’esso e non poco all’esplosione. L’opposizione dovrebbe rendersi conto che il risultato dei referendum è figlio delle inquietudini della gente e anche del disincanto verso Berlusconi. Ma non è in alcun modo un plebiscito per questo centrosinistra. È un voto di stanchezza che esprime voglia di cambiare. Ma non è un voto a favore di qualcuno. È soprattutto il presidente del Consiglio ad aver perso, come la Lega non mancherà di fargli sapere. Per gli altri, gli aspiranti vincitori, la strada è ancora lunga.

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