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MACERIE DI VITA

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Nessuna casa è una casa se non è la propria casa. Camere d’hotel dove fa già un grande caldo. Camere piccole che non possono contenere tutta una vita. O case di carta nel vento ghiacciato del prossimo inverno, così uguale a tutti gli altri. Marciano davanti al Parlamento. In pochi, pochissimi si vedono sotto il campanile. La loro voce la portano anche incolpevoli Sindaci disarmati, a volte disarmanti. Ma la verità è che non ne parla più nessuno, non interessano più, come cartoline stracciate, quasi per un’assuefazione al terremoto, un’abitudine ai danni della scossa. Avvolti dalla paura, fanno ormai parte del passato, nemmeno prossimo. Sono ombre, sono diventati un problema, sono incolpevoli figli di una tragedia dimenticata. E l’assemblea deserta di sabato a Teramo ha steso un velo definitivo. Se la vicenda “ricostruzione” non interessa neppure a loro come possono pretendere che interessi a chi è distratto dalla finale di “Amici”, la prova costume, l’alliivo di Conte-fu a l’intel, l’ombrellone prima fogna a Giulianova.

Meglio è dirottare altrove la polvere delle parole. Qualche sfilata di repertorio mentre il panorama resta immutato. Solo accogliere qualche disperato in fuga dalla morte potrebbe risvegliare per qualche ora l’interesse per chi è senza casa: “Prima i terremotati”. Solo qualche foto di campi innevati nel deserto potrebbe attrarre l’attenzione sulle condizioni di questi concittadini fuori casa da 3 anni, sugli stanziali d’Abruzzo, sullo strazio di donne e bambini alla deriva che meritano il soccorso come tutti i disperati della terra. Quei poveracci che chiedevano una casa sabato mi sono apparsi non più come i pastori dannunziani che lasciano gli stazzi per andare verso il mare, ma un gregge che esiste e resiste sul luogo della tragedia, rassegnato alla disperazione. Tre anni non sono nulla, fanno parte dell’ordinaria amministrazione, c’è addirittura Messina che si porta appresso dal millenovecentootto, 110 anni, la vergogna delle baracche dopo il sisma maledetto, un secolo e più di governi, regimi, monarchie, repubbliche per lasciare le cose come stavano e come debbono essere.

Sono passati quasi 120 giorni dalle prime anticipazioni che attribuivano al governo e all’«imminente» decreto sbloccacantieri la volontà di accelerare grandi e piccole opere italiane mediante la nomina di commissari straordinari dotati di poteri eccezionali, in deroga alle farraginose procedure ordinarie. Alla fine, i poteri eccezionali sono stati partoriti come modello astratto di intervento, ma tutta la scommessa ora è nel mantenere quel carattere potente di straordinarietà e di rapidità, di priorità, che consenta di vincere una battaglia che hanno perso tutti i governi – anche più coesi e più coerenti di questo – negli ultimi quindici anni . Ed è una priorità, bisogna dirlo senza false meline, che va affrontata con gli strumenti di una guerra perché con i mezzi annunci, le misure all’acqua di rose, le liti infinite sulle competenze delle centrali di progettazione, i dispetti su “pochi commissari, tanti commissari” o sulla lista delle opere da sbloccare non si andrà da nessuna parte.

La vicenda di questi concittadini è la cronaca miserabile di questi giorni, è il buio che non appartiene soltanto alle notti in mare o sotto una tenda al gelo, è la differenza di emozioni, è la serie A e la serie B delle commozioni, dimenticando le giullarate di partiti e governanti, suoi sodali o fiancheggiatori, che dei terremotati non hanno più ricordo, se non elettorale. La gente d’Abruzzo si appresta a festeggiare la Madonna delle Grazie, alla grazie non ci crede e continuerà a chiedere elemosine governative o statali, avendo capito di non essere ormai più utile a nulla, se non alla propria sopravvivenza. Dopo l’Aquila anche a Teramo un popolo è stato dimenticato dalla prostituzione dei politici e degli intellettuali a gettone. Dopo gli Aquilani anche per i Teramani non ci sono porti per il loro approdo, sono naufraghi diventati sulla terra, zatteranti senza bandiera, guardano la tivvù e scoprono che esistono sofferenze degne di maggiore, anzi di migliore attenzione. Scoprono che le loro vite non interessano , che dopo tante battaglie perse, alla fine hanno perso anche la guerra. Hanno perso le loro dimore, ma non hanno smarrito la loro storia, la loro dignità. Altri, semmai, hanno perduto il pudore del silenzio. Sono macerie di vita.

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