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MANCA UN WALTER CHIARI

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La verità vera, è che  nell’Italia grigia di oggi manca Walter Chiari. La sua disperata vitalità, quel sorriso in fondo rassegnato, che mascherava l’incoscienza della vita. La verità vera, è che Walter Chiari ci manca come ci manca un’epoca, come rimpiangiamo la nostra stessa età, se abbiamo fatto in tempo a conoscerlo. Oppure come qualcosa che ci è sfuggito, ma di cui sospettiamo la felicità. Perché, a pensarci, l’irresponsabile esuberanza di Walter Chiari era felicità. Quel viversi dissoluto. Quel riempirsi di donne che non sapevano resistergli, e alle quali lui non poteva resistere. Quel buttarsi via, sfasciarsi, essere inaffidabile per poi farsi perdonare tutto con uno scatto del corpo, un monologo assassino, una improvvisazione irriverente. Ci manca Walter Chiari come un campione di una generazione di campioni, irripetibile e perduta. Ma chi poteva divertire e disturbare col vittimismo, come Alberto Sordi? Chi sapeva parlare con un burattino come Nino Manfredi? Commuovere nel ruolo di un petomane, come Ugo Tognazzi? Far venir giù un teatro come Vittorio Gassman? Umanizzare tutto, ma proprio tutto, come Gino Cervi? Walter Chiari, il più irrequieto, irresponsabile e irresistibile di tutti. Che “peccava” come tutti, ma ha pagato più degli altri.

Logorato non solo dal suo stravivere, ce l’hanno tolto troppo presto. Non sapeva redimersi e se n’è andato in silenzio, come addormentandosi, come si spegne una Marlboro. Proprio lui, così fisico, così fragoroso. Così rockstar. Gli sberleffi di Walter Chiari restavano incisi nella carne della società, per quanto paradossali, esagerati, improbabili suonassero. Anche oggi. Prendiamo l’entropia verbale, lessicale che ci avvolge; un’etichetta per tutte: l’ormai usurata “bipartisan” (cioè: ipocrita, furbetto, paragnosta), via via rimasticato in bipartisain, baipartisan, baipartaisain, con allarmante deriva verso il gna-gna-gna del suo «vieni avanti cretino».   E poi c’è il Sarchiapone. Che ha quasi 60 anni, ma è sempreverde. Il Sarchiapone, animale immaginario che nasconde la cialtronaggine da scompartimento ferroviario. E Dio sa, oggi, quanto sia diffusa questa bestiaccia. Dai fumosi ectoplasmi sgranati in tonalità di bianco e nero, una immortale lezione d’umorismo: la gag ruota tutta attorno a una gabbietta vuota, tenuta coperta da Carlo Campanini: ma a tenerla in piedi è un bel giovane, agitato, distinto, logorroico, che per 10 minuti non lascia scampo a chi lo osserva, lo ascolta col fiato sempre più sospeso. E si percepisce, si coglie che quella è acqua per il pesce-Walter, che guizza fuori dal copione, lo lacera, lo scardina e lascia sfogo alla sua prorompente creatività comica. Senza una banalità, una volgarità, una parolaccia strategica (vero, cari comici di Sanremo e dintorni?).

Ora, il problema è che a darlo in pasto a un altro, chiunque sia, il Sarchiapone ne fa un boccone. Ci voleva Walter Chiari, per addomesticarlo, in un vagone che diventava un ring. Walter Chiari incarnava e liberava tutta l’euforia ingenua di un’epoca che si scrollava di dosso le macerie di una guerra e riprendeva a sognare. Ribaltando, da artista unico, la lezione della comicità. Così il pianto si faceva sorriso tragico: lui partiva dalla risata, dalla farsa, e riusciva a stenderci sempre sopra un impercettibile velo di tragedia. La verità è che ci manca Walter Chiari, a noi che l’abbiamo amato. Ci manca, come una parte di noi. E se un giovane non lo conosce, gli basta vedere il Sarchiapone su YouTube per innamorarsene. E, dopo, sentirsi un poco orfano. l.n. per teatroitaliano®  

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