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MCCURRY AL MACRO: UN VIAGGIO NELLE EMOZIONI

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Ieri ho compiuto un breve viaggio nel mondo ,tra scatti ed emozioni, visitando la mostra di Steve McCurry al Museo d’Arte Contemporanea di Roma, negli spazi espositivi della Pelanda. Circa duecento scatti  selezionati dal suo vasto repertorio frutto di oltre 30 anni di straordinaria carriera di fotografo e di reporter. Accanto ad alcune delle icone di McCurry molte foto nuove realizzate negli ultimi due anni. Per la prima volta la forza e la bellezza delle sue fotografie non scorrono sulle pareti ma “abitano” uno spazio cercando fili comuni tra guerre, incertezze e debolezze, povertà, misticismi e natura, tra luoghi e persone immortalate a latitudini e in tempi differenti. Rispetto alle mostre precedenti cambia completamente il concetto di visione. Si mettono in luce gli aspetti fondamentali dei luoghi ritratti proprio attraverso l’unicità del design.

McCurry torna a  testimoniarci la sua instancabile voglia di ricercatore della natura umana. E mentre la nostra idea di vita assomiglia  sempre più ad arroganti dichiarazioni di potere e manifesti di felicità individuale, nell’incapacità di aprirsi al nuovo, alla scoperta, a ciò che è diverso, e mentre da vili impalpabili ci chiudiamo sempre più in noi stessi inconsapevoli della vita che ci scorre davanti, nelle foto di McCurry le case sono precarie, come le vite di chi le abita, simili a strutture cellulari labili. Ed è con l’idea del villaggio nomade dove mettersi in gioco, alla ricerca comunque di un qualcosa per cui vivere e pulsare e sentire il battito del proprio cuore pompare forte, che la mia tristezza di ieri mi ha accompagnato nel percorso della mostra. Ci sono i manifesti strappati da un muro di Venezia e i set deserti di Cinecittà, le processioni del venerdì santo in Sicilia e il mercato bric-à-brac di Porta Portese di Roma. I colori sontuosi, la perfezione dell’inquadratura, i dettagli virtuosi, rimangono gli stessi di sempre, ma spicca un nuovo orizzonte paesaggistico, una nuova umanità Non manca la fotografia della ragazza afghana che ha vinto il World Press Photo nel 1985, il premio internazionale più prestigioso del mondo.

All’interno della mostra un filmato racconta come dopo anni McCurry è andato a cercare la ragazza (ormai donna) che gli ha donato tanta celebrità, per offrirle una parte di questa fortuna. E l’ha trovata. Tra i duecento scatti  di uno dei più grandi fotografi viventi,  firma di punta di riviste prestigiose, 32 immagini fanno parte del progetto “the last roll” che gli ha permesso di viaggiare dal 2009 al 2011 in Thailandia e in Birmania, dedicandosi al Buddismo. Le fotografie in mostra seguono un percorso emozionale, per assonanza di forme, movimenti e temi. Non c’è cronologia, né suddivisione per paesi. Ogni immagine è una scena teatrale, intensissima per i colori. Affiancate agli scatti più famosi della sua carriera realizzati in Afghanistan, Pakistan, India, Yemen, Filippine, Stati Uniti ci sono molte immagini italiane, omaggio al centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. A impreziosire la mostra  l’allestimento di “igloo” hi-tech che accolgono le opere, firmato dall’architetto e designer Fabio Novembre .

Un allestimento inedito e originale tra  “cupole”  che diventano una casa per questa umanità fragile, nelle quali le immagini avvolgono lo spettatore. Illuminate da lampade di nuova e sofisticata tecnologia che ne esaltano i colori, le fotografie «invadono» la visuale di chi le osserva. Vicino a ogni cupola una fiammata arancione  che immagino riferirsi  ai colori dei luoghi dati dalla terra e dal fuoco, fa risaltare l’allestimento. Le immagini sono montate con un filo conduttore: è la vita dell’uomo dalla nascita alla morte. Ma alla fine un’immensa luce bianca apre a una nuova speranza e a una possibile resurrezione.    

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