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MENTRE SCENDE LA NOTTE…

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Non è ancora notte fonda. Ma qui ai margini della periferia romana si vive già nel deserto. Panchine vuote, passi affrettati degli ultimi che vanno verso casa. Cellulari in tasca, borse avvinghiate, sguardi attenti e pochi bambini.  Non è ancora notte ma fa già tanto freddo. E questo gelo dentro di me che non passa mai Non è ancora notte ma ai margini dell’hinterland è già scuro. Poche luci. Tanta puzza. Poche luci. Tanto dolore. Poche luci e una disperazione che vaga e si spande. Poca luce e tante lacrime. Poca luce anche nel mio cuore che si è spento. Nei bar di periferia dove c’è sempre qualcuno di fronte che staziona, cominciano ad aggregarsi le bande di nuovi mostri.

Bulli, nazi, razzisti, spacciatori, cocainomani di varia sorte.  Tutti sembrano aspettare. In realtà nessuno aspetta nulla o nessuno. Quello più grosso, testa rasata sta in piedi, a braccia conserte, lo sguardo al chilometro. A fumare una sigaretta, a non far niente. Butta la vita. Ognuno la butta a modo suo. Non che per buttarla si debba vivere nella periferia indistinta di una grande città.  Non è ancora notte fonda. Le luci di uno squallido bar fanno compagnia. Puzza di vomito e piscio anche. Ma, male che vada, qui passa sempre qualcuno di conosciuto, e quello sbandato sul vespino butta una battuta, un saluto: “Bella secco!”,… risposta: “aò, bella…”.  Davanti al bar tabacchi della piazza c’è sempre almeno uno che incrocia le braccia. La Roma e quei rigori. Sti romeni zozzi che se ne prendo uno che so come i negri.

Un pò di fumo e nà birretta in mano per non sentire quanto è lungo un minuto.  Solo che quella che era la “Gente del quartiere” di Germi, De Sica, Pasolini, Rossellini, Zavattini, Sordi…ora si è trasformata in uno squallido manipolo di nani della storia. Un branco di buoni a nulla, buoni solo per il male.  Così, se interpretare un fatto di cronaca così grave e assurdo penso sia un compito difficile anche per psicologi esperti, per noi, semplici osservatori della realtà, la fatica è assai ardua. Però qualche riflessione, sento di poterla fare e vorrei farla. Non vorrei banalizzare il tutto dicendo quello che è ormai diventato un luogo comune ma, non di meno, una verità incontestabile: la realtà per i giovani è qualcosa di poco palpabile. La notte vera, la fonde fonda e dentro di loro. Essa si confonde ormai con ciò che appartiene al mondo virtuale. E’ da lì che attingono grande parte delle loro emozioni, fino a modificare nel profondo le proprie sensibilità ed il loro interagire con il mondo reale, quello dei conflitti, come quello di una sana partecipazione sociale.

In poche parole il comune sentire che porta ad un vivere solidale con una ampia comunità d’appartenenza.  Ecco che allora, come schegge impazzite ci si rifugia nel piccolo gruppo; il branco che vive e soffre della tua stessa patologia; che ti fa sentire normale anche il gesto più scellerato che tanto indigna chi ancora riesce a mantenersi a galla in questo putrido mondo alla deriva.  Un gioco, la noia, l’abuso di alcol e droga o l’odio per il più debole chiunque esso sia, immigrato a no? Perchè la notte vera, la fonde fonda e dentro di loro. Tanti episodi più o meno gravi, più o meno sanguinosi ma diffusi nelle famiglie, nelle strade, negli stadi, nelle scuole, nelle piazze…si ripetono ogni giorno. La sola differenza è la strategia di depistaggio messa in modo da politici e media.  Molti anni fa, il sociologo David Riesman diceva che nella società di massa la fiaba di Pollicino ammazza-giganti si sarebbe trasformata nella fiaba di Pollicino ammazza-nani. Infatti adesso siamo tutti dalla parte di Golia. Essere o sembrare deboli, nella modernità della competizione, della deregolazione, dell’individualismo e del mercato elevati a religione, è una colpa in sé. È una colpa essere donna, è una colpa essere senza casa, povero, handicappato, è una colpa essere nero. E forse la colpa peggiore di tutte queste minacciose debolezze sta nel fatto che mettono a nudo la debolezza profonda dei «forti», la precarietà del loro diritto, la tranquillità del loro dominio. 

I potenti non riescono a vincere davvero le guerre, i violenti non fanno che mettere in scena la loro paura, i razzisti non riescono a sentirsi superiori alle loro vittime, la finanza globale va in rovina e porta rovina con sé.  La rabbia frustrata di chi si crede forte e si accorge di non esserlo più produce violenza. Fermarla, o almeno porvi un limite, è un lavoro di profondità e di lungo periodo, una costruzione di socialità nuova, di rapporti civili fa le persone, di politica coraggiosa e anticonformista. Altro che «essere cattivi» con i «clandestini» – cioè, essere come quelli che li bruciano vivi – come vaneggia nella sua frustrazione il povero Maroni. Non la fermeranno certo i poliziotti per le strade, i vigili urbani con la pistola e la licenza di sparare: anzi, saranno un’ulteriore modello di ruolo per i futuri aggressori, un’altra esibizione di forza impotente, e un altro esempio di quella politica bipartitica – quella sì, «cattiva» politica – che alimenta queste paure e se ne nutre. Non è ancora notte e mi guardo riflesso in questa pozza, tra poche luci e mille fari che corrono via. Guardo questa anima di pagliaccio, che mi costringe a distruggere tutto nel momento più importante. Poi mi giro e mi incammino verso un sogno. E’ vero: solo quando i sogni vanno persi come lacrime nella pioggia è arrivato il momento di morire.  Mentre scende la notte.

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