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NOBEL A OBAMA: ORA DEMOCRAZIA E DIRITTI UMANI IN UN MONDO SENZA ARMI

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Non sono affatto sorpreso. E sono contento. Un segnale di speranza.  Avevo scritto già il mese scorso che gli avrebbero dato il Nobel. E’ giusto così. Ma ora tutto il mondo libero chieda con maggiore forza democrazia e diritti in tutto il mondo che ancora soffre per mancanza di libertà. A porlo sulla mappa politica degli Stati Uniti e nel cuore della gente fu uno straordinario discorso alla Convention Democratica del 2004, intitolato ‘L’Audacia della Speranza”, dove l’idealismo di stampo kennedyano era esaltato da una oratoria alla King. Nel 2007 alza il tiro candidandosi alla Casa Bianca: l’annuncio ufficiale arriva il 10 febbraio dalla stessa piazza davanti al Campidoglio di Springfield (Illinois) dove Abramo Lincoln quasi 150 anni prima aveva pronunciato uno storico discorso sulla necessità di restare uniti.  Un simbolismo perfetto. 

Il 4 novembre del 2008 la trionfale vittoria che lo porta alla Casa Bianca, da dove, in pochi mesi, rilancia il dialogo con il mondo musulmano, affronta il delicato tema dei rapporti con l’Iran, avvia una intensa campagna contro la proliferazione nucleare, solo per citare i principali temi della sua azione in ambito internazionale. Il Comitato per il Nobel oggi ha deciso di assegnare il premio per la pace a Barack Obama per i suoi “sforzi straordinari nel rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli”, si legge nella motivazione del Comitato. Il Comitato dunque ha dato grande importanza all’impostazione di Obama ed ai suoi sforzi per un mondo senza armi nucleari.  “L’America è impegnata a bloccare la proliferazione nucleare e a cercare di creare un mondo senza armi nucleari”, disse Obama in un discorso alla New Economic School della capitale russa.

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, presieduto dallo stesso Obama ha approvato il mese scorso all’unanimità una risoluzione per un pianeta senza armi nucleari. “È la nostra sfida”. Bene. Però Democrazia e diritti umani devo essere rafforzati. Dietro le parole sempre nobili, e la sua impareggiabile capacità di enunciarle con la passione che incendiò la campagna elettorale, Barack Obama all’Onu ha dipanato per i rappresentanti del mondo una spietata narrazione di un fallimento, insieme globale e americano.  Il fallimento della comunità internazionale di fronte a inutili stragi da fame e da guerre. Delle impotenti Nazioni Unite nell’essere qualcosa più di una agenzia per la protezione civile globale e la distribuzione di pacchi e coperte.  Il ritardo colpevole nell’affrontare il disastro del riscaldamento e dei gas industriali.  E il fallimento del suo predecessore, George Bush nel lasciare, dopo due guerre, un mondo che somigli alla promessa di sicurezza e di egemonia, come voleva il testamento dei neo conservatori sull’impossibile “Nuovo Secolo Americano”.

  Il Presidente, predicando la responsabilità collettiva e la fine dell’America “cavaliere solitario” si limita in sostanza a fare i conti con il mondo devastato da crisi ambientali, belliche, etiche e finanziarie, costate finora “duemila miliardi di dollari” che ha ereditato da Bush, puntando su una razionalità e una ragionevolezza che scarseggia. Annuncia “una nuova era d’impegno con il resto del mondo”. L’America è cambiata, sa “che non potrà farcela da sola, abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti voi”. Barack Obama dà il massimo, seduce, conquista le Nazioni Unite.  Mai prima di lui un presidente americano ha usato parole così dure verso Israele. Obama pronuncia termini-tabù, definisce “occupazione” quella dei territori palestinesi iniziata nel 1967, condanna come “illegittimi” gli insediamenti di coloni israeliani. In cambio esige dai palestinesi “il riconoscimento di uno Stato ebreo di Israele, la garanzia della sicurezza per tutti gli israeliani”.

Quella cui Obama ha dato voce è una rivoluzione simbolica, la sola che pare possibile ai nostri tempi anche a molti suoi interlocutori, e le rivoluzioni simboliche sono comunque meno difficili di quelle che investono alle radici gli assetti di proprietà e di potere, cui peraltro sono necessarie.  Obama da presidente ha creato un nuovo clima nelle relazioni internazionali.  La diplomazia multilaterale ha riguadagnato centralità, evidenziando il ruolo che le Nazioni Unite ed altre istituzioni internazionali possono svolgere.  Il dialogo ed i negoziati sono preferiti come strumenti per risolvere i conflitti, anche quelli più complessi. L’immagine di un mondo libero dalle armi nucleari ha fortemente stimolato il disarmo ed i negoziati sul controllo degli armamenti. Bene. Però Democrazia e diritti umani ora devo essere rafforzati.

Grazie all’iniziativa di Obama – prosegue il testo della motivazione – gli Usa hanno un ruolo più costruttivo nella sfida ai cambiamenti climatici con cui il mondo si sta confrontando.  Allora Democrazia e diritti umani devo essere rafforzati.  Solo raramente una persona come Obama ha catturato l’attenzione del mondo e dato al suo popolo la speranza di un futuro migliore.  La sua diplomazia si fonda sul concetto che coloro che sono alla guida del mondo devono svolgere il proprio ruolo sulla base di valori e atteggiamenti che sono condivisi dalla maggioranza della popolazione mondiale.  Per 108 anni – si conclude la motivazione – il Comitato ha cercato di stimolare proprio quella politica internazionale e di quegli atteggiamenti di cui Obama è il portavoce a livello mondiale.  Il Comitato condivide l’appello di Obama: “È giunto il momento per tutti noi di assumerci la nostra parte di responsabilità per una risposta globale alle sfide globali”. Bene. Tra queste certamente ci sono quelle per un vera Democrazia globale e per i diritti umani riconosciuti ovunque.

La speranza e l’idealismo unificatore sono i grandi temi che hanno richiamato grandi folle ad ogni sua apparizione pubblica, evocando paragoni con Martin Luther King e John F. Kennedy.  L’atmosfera intensa dei comizi di Obama, che spinge qualcuno ad ascoltare a mani giunte le sue parole, non è dovuta solo alla sua indubbia abilità oratoria, ma anche al contenuto del suo messaggio.  La promessa di “cambiare” le cose a Washington è per Obama solo il primo passo verso il progetto ben più audace ed ambizioso di cambiare l’America e poi il resto del mondo. 

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