You are currently viewing NON CI RESTA CHE PIANGERE

NON CI RESTA CHE PIANGERE

  • Autore dell'articolo:
  • Commenti dell'articolo:0 Commenti

Questa sera porterò il mio ricordo, semplice e ancora commosso, alla prima delle cinque serate che l’Università “La Sapienza” ha organizzato a Roma per ricordare i 25 anni della morte di Massimo Troisi . Cinque appuntamenti per ricordare questo artista ironico, travolgente, confidenziale. A tutt’oggi, nessuno nel panorama artistico italiano è riuscito a eguagliare il suo stile. Massimo Troisi, il teatrante di razza, è ricordato principalmente per esser stato l’esponente della nuova comicità napoletana.Partirò da quattro ricordi: la sua frase che più mi ha accompagnato nella vita: “La poesia non è di chi la scrive, ma di chi gli serve”; e tre ricordi tratti dal fermo immagine dei suoi film: il dialogo con Lello Arena sul miracolo facile e quello difficile di Ricomincio da tre, il dettato a Roberto Benigni di Non ci resta che piangere e il bacio tra Mario e Beatrice de Il Postino. Ricorderò che prima del cinema, la carriera di Massimo Troisi era partita dal teatro e dal cabaret. Nel 1969, appena sedicenne, aveva fondato la compagnia teatrale “I Saraceni”, per poi ribattezzata “La Smorfia”, quando maturato artisticamente iniziava a girare l’Italia con i suoi spettacoli.

Poi arrivò la tv, dove con Lello Arena e Enzo Decaro, si ritagliò spazi importanti con gli indimenticabili sketch della Annunciazione, dell’Arca di Noè e di San Gennaro. L’esordio a tutto tondo al cinema risale al 1981 con Ricomincio da tre: Troisi ne scrisse il soggetto, la sceneggiatura, ne firmò la regia e fu l’interprete principale. Il film divenne uno dei fenomeni cinematografici più clamorosi degli anni Ottanta, rimanendo in sala per più di 600 giorni e conquistando due David di Donatello per il Miglior Film e per il Miglior Attore. Il suo personaggio sensibile, insicuro, impacciato di fronte alla vita e ai problemi della maturità, si è ispessito in racconti dal carattere leggero e sentimentale, che sarebbe riduttivo definire commedie. Credevo fosse amore invece era un calesse (1992) fu l’indagine sull’amore che inevitabilmente finisce della sua ultima regia. Come attore, Troisi aveva recitato, tra l’altro, in Splendor (1988) e in Che ora è (1989) di Ettore Scola . Il suo ultimo impegno come attore è stato ne Il postino (1994), poetico omaggio a Neruda ideato dallo stesso Troisi. Ma Troisi non riuscì neanche a vedere il film compiuto, che gli valse una nomination Oscar, poichè colto da infarto, a 41 anni, appena ventiquattro ore dopo la fine delle riprese.

Chiudeso ricordando che il Buste Keaton napoletano – come definito da alcuni – era il poeta cinematografico dei dubbi e delle illusioni di una generazione indifesa, ritratta nel suo paradosso con malinconia, nella sua ipocondria con profonda ilarità. Il suo essere napoletano usciva da ogni stereotipo, trasformato in intima e personale analisi e alimentato da un’innata mimica facciale, un’accentuata gestualità e da quella timida poesia, tutta napoletana, del sapersi accontentare.  Non ci resta che piangere pensando a Massimo Troisi, alla sua espressività così anticonformista, che ci ha regalato battute e situazioni e che, il quattro giugno del 1994, uno scherzo della vita ha portato via a soli 41 anni. Con una serie di incontri, eventi e proiezioni, che inizieranno questa sera, l’Università “La Sapienza” di Roma in collaborazione con la Facoltà di Letteratura teatrale italiana dell’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’, ricorda il grande artista scomparso, attore e regista di film indimenticabili ”Ricomincio da Tre”, ”Non ci resta che piangere”, ”Il Postino.

Il ricordo si aprirà con un commosso ritratto dell’attore, del successo professionale e della vita privata con immagini e interviste inedite. Successivamente, grazie all’associazione Osservatorio Cinematografico Vesuviano, verrà proiettato il primo corto digitalizzato. Si tratta di una delle prime opere del regista premio Oscar Paolo Sorrentino che partecipò al Premio Massimo Troisi nel 1998. Ricordo perfettamente lo sgomento di tutti , ed in modo particolare della mia amica Olimpia, quando si apprese la morte di Massimo Troisi scomparso a soli 40 anni. Era stata la mamma di Troisi nel film “Scusate il ritardo”, e ” spalla” di Massimo in una della scene che ritengo fra le più argute del cinema italiano, quella della Madonna che piange e che, invece, avrebbe dovuto ridere affinchè si potesse mostrare chiaramente il compimento di un miracolo! Una scena che da sola basterebbe a mostrare l’arguzia di Massimo Troisi e, assieme, il garbo e la sobrietà tipici del suo stile, della sua cifra. Come già ai tempi della “Smorfia”, degli sketch su San Gennaro, sull’Annunciazione, l’ironia di Troisi non tracimava in volgare o presuntuosa blasfemia. Come se quel tono confidenziale e canzonatorio esprimesse scetticismo e rimpianto assieme, dubbio ma affetto, affetto come si può avere per una nonna di cui non si comprendono tutti gli atteggiamenti ma, sostanzialmente si rispetta e si vuole bene.

La misura giusta. Ricordo ancora gli anni degli esordi della Smorfia ( De caro era mio compagno universitario) quando a casa mia il grande commediografo Gaetano di Maio e altri componenti di questa antica famiglia del teatro italiano, si cercava di valutare e decifrare il nuovo comico che saliva alla ribalta. Ebbene, ricordo che sin da allora si comprese la grandezza e la novità del linguaggio artistico di Troisi. Ciò che poi si sarebbe rivelato negli anni della maturità appena iniziata e così tragicamente spezzata. Tutti guardano, come è naturale e comprensibile, sempre con sospetto e, perché no, con una qualche invidia e preoccupazione, il nuovo che avanza. E spesso hanno ragione. Quanta falsa avanguardia, quanta supponente quanto vuota retorica del teatro impegnato è passata sotto i ponti del teatro pubblico finanziato e sorretto da lobby politiche ed intellettuali. Teatro falso e vuoto quanto più moralisticamente impegnato. Troisi no. Era nuovo per davvero, originale, non assimilabile a nessun altro attore o regista del passato. Napoletano fino in fondo, ma nuovo napoletano. Il suo dialetto autentico, privo di esasperati neologismi o di richiami ad un mitico dialetto antico. Né Viviani né Eduardo, né Di Giacomo né Totò. Troisi e basta. Così come la sua ispirazione di fondo , la sua ironia leggera ma profonda, la sua capacità di tenere insieme la comicità più semplice e tradizionale con intuizioni e aforismi di assoluta originalità. Di Maio l’aveva compreso e cercava di spiegarlo agli scettici, la sorella Olimpia l’avrebbe sperimentato qualche anno dopo. Noi, oggi, dobbiamo ricordare Troise ,come propone Antonio Volpe, attraverso una ricostruzione anche della sua personalità .

E’ stato, infatti, un fine interprete delle inquietudini della nostra generazione. La sua timidezza, quella imbranatezza che ha così acutamente rappresentato in tante sue opere, erano la timidezza e l’imbranatezza, di una generazione che perdeva certezze ma conservava la speranza non solo del futuro ma, non sembri paradossale, di un passato nel quale avevamo ben salde le fondamenta. Unica condizione per costruire un futuro. Questa condizione esistenziale Troisi ha rappresentato con grande forza espressiva, con poesia come i veri,rari artisti. Napoletano uguale comico, ma Troisi comico non lo era in senso stretto, non lo è mai stato. Dalle esperienze teatrali, fino al successo televisivo con “La Smorfia”, e da qui al cinema, le sue ‘situazioni’ hanno sempre messo in scena un copione non scritto, fatto di dialoghi surreali e di pensieri esistenziali che, oltre al sorriso, lasciavano sempre una smorfia di malinconia. E rivedendo “Il postino”, suo testamento cinematografico, portato a termine 12 ore prima di morire, quella malinconia emerge tutta, unita a una dimensione di attore che non conosce confini, che si libera dalla napoletanità in senso stretto per interpretare un personaggio laterale, quasi oscurato dalla grandezza di Pablo Neruda, ma a suo modo unico, che incarna la consapevolezza delle lotte contadine contro i soprusi dei potenti.

Un film che ci fece scoprire un Troisi politico, un’altra faccia della sua poliedrica dimensione attoriale. Certo, ci ripetiamo, di lui restano le battute uniche e inarrivabili (uno su tutti, “Non ci resta che piangere”, dove un mostro della risata come Roberto Benigniviene oscurato dalla sua potenza comica), il suo personaggio avvolto in una coperta di pigrizia perenne, il suo concepire l’amore in modo quasi incomprensibile, il suo interpretare il rapporto di coppia in una dimensione aperta e per certi versi d’avanguardia, anche per gli emancipati anni ’80. Resta il suo rapporto con la religione, discusso e complesso, che Troisi cercò di affrontare nei film in modo ironico ma sempre conflittuale, senza voler cercare accomodanti soluzioni di non invadenza ma anzi esponendosi sempre in prima persona. Resta la sua voglia di vivere, che purtroppo è stata vana, per un cuore pazzo e grande come il suo. Vogliamo ricordarlo, oltre che con i suoi film e i suoi sketch, anche prendendo in prestito una poesia che gli dedicò il suo grandissimo amico Roberto Benigni all’indomani della scomparsa:  Non so cosa teneva “dint’a capa”, intelligente, generoso, scaltro, per lui non vale il detto che è del Papa, morto un Troisi non se ne fa un altro. Morto Troisi muore la segreta arte di quella dolce tarantella, ciò che Moravia disse del Poeta io lo ridico per un Pulcinella.

La gioia di bagnarsi in quel diluvio di “jamm, o’ saccio, ‘naggia, oilloc, azz!” era come parlare col Vesuvio, era come ascoltare del buon Jazz. “Non si capisce”, urlavano sicuri, “questo Troisi se ne resti al Sud!” Adesso lo capiscono i canguri, gli Indiani e i miliardari di Holliwood! Con lui ho capito tutta la bellezza di Napoli, la gente, il suo destino,  e non m’ha mai parlato della pizza, e non m’ha mai suonato il mandolino. O Massimino io ti tengo in serbo fra ciò che il mondo dona di più caro, ha fatto più miracoli il tuo verbo di quello dell’amato San Gennaro.

Lascia un commento