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NOT IN MT NAME

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La Roma yankees dei mercenari americani, la Roma dei Baldini, la Roma senza bandiera, la Roma senza cuore, La Roma che non regala emozioni, la Roma tutto affari e niente passione, la Roma che ha costruito Pallotta solo per fare business, che i suoi mercenari stanno deromanizzando, e che presto abbandoneranno, capito finalmente che lo stadio non si fa, e i soldi neppure, NON E’ la mia Roma. Scrivo con le lacrime agli occhi e il cuore gonfio di dolore. Ma la scelta del capitano per sempre mi aiuta solo a scrivere ciò che avevo da tempo nel cuore. Questo non è la mia Roma. Soltanto il tempo, forse, ci racconterà la verità. E cioè a chi avrà fatto realmente comodo arrivare a questa soluzione. Nell’attesa, ecco l’incredulità, il dolore per un altro addio: Francesco Totti lascia la Roma . Due anni dopo aver attaccato gli scarpini al chiodo, il Capitano ha deciso, spinto a farlo, di mollare il club di Pallotta. Non se la sente più di continuare ad essere soltanto un vessillo da esporre a secondo delle occasioni e delle necessità del bostoniano: meglio il distacco, traumatico e per certi versi impensabile, che l’essere sopportato per il fatto di essere stato il più grande calciatore della storia della Roma. Totti dice basta agli equivoci, alle parole non dette, ai compiti mai ricevuti; dice basta alle ambiguità di una società che ha un proprietario negli States e il dirigente più influente, più potente, a Londra, e neppure nell’organigramma ufficiale.

Chi oggi sostiene che Pallotta comunque gli ha offerto il ruolo di direttore tecnico, e che quindi sarà Totti ad andare via e non la Roma a cacciarlo, dimentica che al dirigente Francesco in due anni è stato concesso poco o niente; e che quel poco, è stato sempre subordinato al giudizio, alla verifica di sir Franco Baldini , il vero presidente ombra del club, l’anti Totti per eccellenza. Amatissimo e ascoltato da mister Jim come nessun altro. Vedi signor James Pallotta, Lei può fare ciò che vuole ma non nel mio nome. Ma – dopo 19 anni – io quest’anno l’abbonamento – mio, e quelli che regalavo – non lo rinnoverò. A questa Roma senza bandiera, a questa Roma senz’anima, a questa Roma senza entusiasmo, passione, cuore, io i miei soldi non glieli do più. Signor James Pallotta, Lei può fare ciò che vuole ma non nel mio nome , io la domenica me ne andrò al cinema. Signor James Pallotta, Lei può fare ciò che vuole ma non nel mio nome. Forse avevo già deciso il giorno dell’addio di De Rossi.

Lei non era all’Olimpico, e non era nemmeno a Roma. Lei non ha parlato, non ha twittato. E del resto Lei non aveva pianto nemmeno il 28 maggio di due anni fa quando crollò il primo pezzo di cielo su Roma. Figuriamoci ieri. Forse avrà tolto l’audio per i troppi insulti, o forse la tv non l’hai accesa proprio. Non mi interessa. Lei signor Pallotta è stato il presidente in uno dei momenti più romanisti della storia, senza essere romanista. Un paradosso, un affronto che questa città non poteva sopportare. Perché si possono digerire anni di mancate vittorie, pesanti tonfi, cessioni. Ma non la mancataempatia. Di quella Roma è campata per secoli. Con quella siamo sopravvissuti in faccia ai maligni e ai superbi per anni. Forse quella, oltre a un po’ d’italiano, dovevi sforzarti di impararla. E invece l’hai rigettata come un amore impuro. Il perché lo sai solo te. Però, se ancora non l’hai fatto, ti invitiamo a vedere il post partita , l’abbraccio tra Totti, De Rossi e Conti. Quella è la Roma. Quella è la squadra per la quale ogni domenica ho rinunciato a tutto, perché non rinunciavo a niente, che Lei vincesse o perdesse per me era uguale, Era la Roma. L’abbraccio tra Totti, De Rossi e Conti . Lei non può capire. Lacrime di pioggia, lacrime di romanismo puro. Romanisti come noi. Zuppi d’amore e pioggia. Le lacrime.

Quelle tenute negli occhi gonfi, quelle già esplose sul viso due anni fa di un eroe di oltre 40 anni costretto dal ruolo a una giacca e camicia troppo stretta per contenere l’emozione. Papà, leggenda, fratello di tre generazioni, trattato pure lui come un cartellone pubblicitario. Le lacrime. Quelle non trattenute di un piccolo, grande uomo di 65 anni. Papà, nonno, eterno giovane e scopritore di fenomeni. Pure lui piegato come una bandiera troppo vecchia e messo in un cassetto per essere sfoggiato solo nei momenti di cerimonia. Dimenticando chi è stato e cosa sarà sempre per questa città. Chi avrebbe potuto dire che l’anti romanismo di Baldini, uno che vive a Londra e a Roma non ci viene da anni, avrebbe distrutto la Roma dal suo interno. I magnifici tre, i tre cavalieri, i capitani per sempre hanno l’umiltà, la fantasia, il cuore puro di chi si fida di chi gli vuole bene, di chi quelle cose le conosce più di lui. Difficile, anzi ormai impossibile è farlo capire a presunti broker di una città nata quando Roma compiva già quasi 2000 anni di storia. A presidenti assenti pure nel giorno in cui il Colosseo (non lo nominate invano) perde uno dei suoi pezzi più antichi posso solo dire “Che te sei perso James”. Sei proprio un Presidente dè merda. Avevi un enorme serbatoio d’amore, lo ha disperso in un mare di rimpianti. 

Ma perché? Che t’avemo fatto? E che abbiamo fatto a esteti con l’accento toscano-londinese che anelano a diventare Sir, ma che al massimo possono ottenere tramite amici una prima fila per lo Shakespeare’s Globe. Smettetela di provarci, pure voi. Claudio Ranieri, Daniele De Rossi, Francesco Totti, Bruno Conti, Curva Sud. Smettetela, non ce riuscite. Così fate solo piagne noi. Ha fatto bene allora il mio Capitano. La scelta di parlare nel cuore di Roma, con l’Olimpico sullo sfondo, e in casa del suo amico fraterno Giovanni Malagò non può essere casuale. Il Coni come (nuovo) punto di riferimento, il che significa mettersi a disposizione di tutto lo sport nazionale. Un rinnovato patrimonio dell’intero movimento italiano. Scegliere di non parlare a Trigoria, che per una trentina di anni è stata casa sua, è un segnale chiarissimo: lì ormai si sente un estraneo. Esagerato? Provate voi a mettervi nei panni di chi ha scelto sempre e comunque la Roma. Ben pagato, certo, ma altrove probabilmente avrebbe guadagnato e vinto di più. James Pallotta (o forse è meglio dire Franco Baldini) è libero di ritenere Totti un pessimo dirigente ma, come accaduto nel caso dell’ultimo capitano Daniele De Rossi, scartato dal club, tutto dovrebbe avere un tempo e una modalità. E la massima sincerità, la massima trasparenza senza supercazzole di alcun tipo.

Oggi di tutto avrebbe avuto bisogno la Roma tranne che di un altro choc emotivo, ma quello che mister Jim non sa è che la Roma non è un’azienda di stampo americano all’interno della quale tutto è possibile sempre e comunque. Se oggi, ad esempio, Pallotta rinfaccia a Totti di non sapere una parola di inglese, indispensabile per essere un manager di valore, resta da chiedersi quante parole di italiano conosca lui. Che non si fa vivo da queste parti da tredici mesi. Forse per questo chi è nato a Porta Metronia dopo essersi tolto la maglia della Roma adesso deve staccare la Lupa dalla giacca. Chi sostiene che da domani la Roma sarà sempre la stessa, anche senza Totti (e De Rossi), racconta una bugia. Una di quelle che, non solo questa estate, vanno tanto di moda a Boston. Ed ora te saluto presidè. Tu, i tuoi soldi, i tuoi servi, i tuoi mercenari. Te auguro de non trovatte mai davanti davanti a me perchè me piacerebbe assai da menatte per il sogno che me stai a rubà. No schiaffo solo, giusto pè ditte sei na merda. No schiaffo solo che non meriti de più. 

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