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OGGI A ROMA PER LA “GIORNATA DELLA MEMORIA”

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Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario. Nei campi di concentramento tedeschi, oltre agli ebrei costretti a portare la stella gialla, furono rinchiusi migliaia di partigiani, antifascisti e resistenti civili, con la tuta a strisce e un triangolo rosso all’altezza del cuore.  Oggi “Giornata della Memoria” alle ore 10 nell’auditorium dell’Università La Sapienza di Roma  presenterò la storia dimenticata dei deportati politici italiani raccontata per la prima volta attraverso i loro scritti. Centinaia di lettere e diari, documenti quasi tutti inediti, sono stati raccolti nel libro “Voci dal lager” dal mio amico Mario Avagliano e Marco Palmieri, che avevano già raccontato con le medesime toccanti modalità (il mosaico delle scritture private) le vicende degli internati militari e degli ebrei italiani perseguitati. La memoria della deportazione politica è stata trascurata nel dopoguerra, ma il fenomeno riguardò circa 44 mila persone (7.500 donne) e oltre diecimila, morirono nei Konzentrationslager nazisti.

A Dachau, Mauthausen, Buchenwald, Bergen-Belsen, Flossenbürg e nel lager femminile di Ravensbrück furono deportati, e spesso assassinati, italiani di ogni parte della penisola, antifascisti e partigiani di tutte le fedi politiche, operai colpevoli di aver scioperato e cittadini protagonisti di atti di Resistenza civile e senz’armi. Come meglio dirò nell’introduzione “Voci dal lager” è un’emozionante antologia, ma è anche un saggio politico, incentrato su due concetti non scontati: c’è una continuità tra la repressione del regime e l’occupazione nazista; e la Resistenza non fu solo fazzoletti rossi e «Bella ciao», ma opera di militari, ebrei, donne, civili. Come osservano Mario Avagliano e Marco Palmieri, non si è ancora riflettuto a fondo sul fil rouge che lega la soppressione delle libertà politiche e civili durante il Ventennio 1922-1943 e la successiva repressione di ogni forma di opposizione armata, politica, sindacale e civile nel tragico epilogo della Repubblica di Salò e dell’occupazione tedesca del 1943-1945.

Una parte della storiografia fa tuttora fatica a considerare i deportati e i prigionieri politici (nonché gli internati militari) come protagonisti a pieno titolo della Resistenza e della guerra di Liberazione, al pari dei partigiani che combatterono nelle città, sulle montagne o all’estero, nonostante il collegamento diretto tra gli uni e gli altri, che risulta evidente anche dalle lettere e dai diari proposti nel saggio di Avagliano e Palmieri. E se ciò poteva essere comprensibile nell’immediato dopoguerra, quando la Resistenza era considerata esclusivamente come una guerra militare e armata, lo è molto meno oggi, dopo gli studi che hanno analizzato e riportato in piena luce la rilevanza della Resistenza -cosiddetta civile e senz’armi -in tutta Europa.

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