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OGGI E’ ZUCCHERO IL NUMERO 1

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Il palarossini si riempie in fretta. L’attesa è tanta. Tanto l’entusiasmo per un pubblico poco consono a questi spazi. Zucchero non tradisce l’attesa dimostrando ancora una volta di essere l’incontrastato re del blues. Ne avevo avuto la sensazione il 4 agosto a Pescara. Ne ho la certezza dopo il concerto di Ancona. Passano gli anni, nuove canzoni si aggiungono a un repertorio già vastissimo, e il grande cantante emiliano non perde smalto. La sua musica è sempre sorprendente mentre al ritmo arcaico della campagna alterna quello martellante del blues per raccontare un’epopea di terra, di carne, di sesso. Non senza dolorosi lati oscuri.  Per suonare una vita autentica e sfrenata accompagnata da un sound dionisiaco, a volte diabolico, che si distende nel suono dolce della domenica. Nell’ultimo album ha scritto canzoni bellissime spesso ispirate dai giorni spensierati della sua giovinezza. Lo stesso titolo dell’album e del tour, “Chocabeck”, trae spunto da un espressione dell’infanzia. Quando il padre non aveva il coraggio di dirgli che non c’era niente da mangiare e diceva al giovanissimo Adelmo che presto sarebbero arrivati i “chocabeck”, espressione onomatopeica che alludeva rumore che fanno gli animali col loro becco vuoto.

Il pala rossini si riempie in fretta, il palco è piccolo con due grandi specchi per mostrare tutti i retro della straordinaria band di 10 straordinari musicisti. Aumenta l’intensità delle luci di tutti i colori che vengono sparate su un forziere. Il pubblico è impaziente, applaude, prova a far partire la ola. Le luci proiettate sul pubblico si spengono. Restano solo quelle del palco. Il forziere si alza e appare Zucchero con tutta la sua band. Niente saluti. Come accade negli ultimi tour, il cantante è seduto su un trono, chitarra alla mano. Vengono suonate, una dopo l’altra, tutte le canzoni del suo ultimo album. Il pubblico applaude, i fan cantano. Ma il palazzo rimane ancora composto e numerato come se assistesse a uno spettacolo teatrale. Finché Zucchero si alza. “Stand up”, in piedi. Ma forse non c’era bisogno di tanti inviti. Il pubblico di Zucchero sa che per certe canzoni non è ammesso restare seduti, neanche se si ascoltano con un iPod o un mp3.

Partono gli evergreen, le canzoni più dinamiche. Da “Bacco perbacco” a “Baila” e ancora “Overdose d’amore”. E tutti a ballare per un’ora che non finisce mai. Il pubblico è in piedi, canta, balla, si sbraccia e applaude. Zucchero ha sciolto i freni, continua a cantare senza interruzioni, a volte, spiega, è costretto a tagliare le canzoni perché non può farle tutte ma ne vorrebbe fare tante. Si riparte con “Il mare”, “Diamante” e si conclude con “Con le mani”, “Diavolo in me” e “Solo una sana e inconsapevole libidine”. Nei bis fuori scaletta ecco “Così celeste” e poi l’omaggio all’amico “che non mi ha mai fatto sentire il peso di essere una montagna”. Dopo le prime note, risuona la voce inconfondibile di Luciano Pavarotti che canta il “Miserere”. E Zucchero che duetta con il grande tenore morto nel fa venire la pelle d’oca. Si chiude con il classico “Per colpa di chi”. Il pubblico è ancora in piedi, ancora canta, ancora balla, si sbraccia e applaude. Lo spettacolo è finito, si accendono le luci, si spengono quelle sul palco.

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