Eppure sembra bellissima

Eppure sembra bellissima

A  guardarla dall’alto sembra bella. Bellissima. Come sempre. Poi ti accorgi che non ci sono rumori, non c’è musica, non c’è allegria, non ci sono bambini ne ragazze. La spiaggia è vuota…  E forse solo allora ti rendi conto che qualcosa di mostruoso sta accadendo nella cidade maravilhosa. “Qualcosa che non ha ragione ne mai ce l’avra’. Che non ha misura e mai ce l’avrà. Perfino il Padre Eterno, da cosi’ lontano,  guardando quell’inferno dovra’ benedire Quel che non ha rimedio ne mai ce l’avrà”.  In poche foto ho provato a raccontare quello che sta accadendo – nell’indifferenza del mondo – in gran parte dell’America Latina, India e Africa. Però, diciamocelo, in fondo basta girarsi, non guardare, e si può benissimo far finta che non stia succedendo . Si può benissimo fare di non sapere. A chi invece vorrà seguirmi dico solo, un semplice, benvenuto all’inferno.

Favela Rocinha

Ognuno di noi è consapevole di ciò che sta accadendo in Europa, negli Stati Uniti, in Asia. Ma sono pochi i fari puntati verso alcune aree dell’America Latina, dell’Africa e del Medioriente. Qui il coronavirus si aggiungerà ad altri problemi strutturali esistenti. E sarà una strage. Anzi la strage nelle favelas  brasiliane è già iniziata nel più totale silenzio. Siamo già alle fosse comuni. Come il suo compare Trump in America anche il militare Jair Bolsonaro non si smentisce, e dà oggi il benservito al suo (ormai ex) ministro della Sanità, per sostituirlo con un altro, molto più incline anche lui a riaprire tutto e ricominciare a vivere normalmente, iniziando dalle scuole.  Lo sappiamo: spessissimo lo sviluppo degli scenari nelle faccende umane e del mondo è imprevedibile. Nelle questioni sociali ancora di più. E in epoca di pandemia quelle che in un primo momento erano opinioni, “meglio stare a casa”, “no, meglio uscire”, sono diventate posizioni politiche. Ma in Brasile si è arrivati addirittura al paradosso. Sulla pelle della gente. I brasiliani ora sono disorientati. La maggioranza ha votato Bolsonaro, ma è terrorizzata dal virus, al punto che è tutto fermo anche nei piccoli villaggi dove di contagiati non c’è quasi traccia. Il presidente, avversato da tutti, va addirittura contro le amministrazioni locali che vorrebbero tutto chiuso. Rio de Janeiro è blindata al punto che sono riusciti persino a bloccare le  favelas dove sono tutti rifugiati terrorizzati, nonostante #iorestoacasa qui sia quasi una condanna a morte, con uno spazio vitale di due metri quadrati a individuo nelle abitazioni (chiamiamole così).

Nello stesso tempo Rete Globo sta dando voce alle lamentele di senzatetto, presi per la strada e relegati in hotel popolari di infima categoria, privi di servizi decenti. Nel frattempo c’è anche chi protesta chiuso in casa, dalle finestre. Chiaramente Bolsonaro non lo fa per la “libertà”, bensì più probabilmente per il liberismo. La sua sbrigativa, terrificante valutazione di alcune settimane fa – “Ci saranno 50mila morti e finisce lì” – è inaccettabile, anche se nel paese ogni anno in effetti ci sono 50mila morti solo tra i bambini, e nessuno ha mai protestato più di tanto. Visto che “tanto” si tratta di gente proveniente dalle favelas. O dall’Amazonas. Dove, a Manaus, ci sono stati 4mila morti nell’ultima settimana, tra cui diversi missionari cattolici italiani.  Tutto questo richiederebbe una seria rivalutazione dei paradigmi di riferimento. D’altra parte l’isolamento forzato si sta rivelando anche un’opportunità di riflessione profonda per tutti, sul significato di quello che stiamo realmente facendo con la nostra stessa umanità e col pianeta Terra. Difficile avere un’idea di quali saranno i reali sviluppi nel paese verde oro. Può sembrare paradossale, ma in un paese poverissimo, dove non lavorare per un giorno significa per molte persone non poter mangiare per un giorno, le restrizioni agli spostamenti possono avere conseguenze immediate gravissime. L’economia del Brasile, come quella di molti altri paesi latino americani e non solo, si basa in gran parte sugli scambi commerciali , molti “in nero”: tolti i lavoratori del settore agricolo, il 60% dei lavoratori si mantiene grazie al commercio informale; questo settore contribuisce a più del 20/30 per cento del PIL di molti paesi latini. In periodi senza turismo anche di più. I paesi che hanno economie del genere non hanno strumenti di welfare (come la cassa integrazione o i sussidi di disoccupazione in Italia) per sostenere economicamente la popolazione durante una sospensione degli scambi commerciali. 

Per molte persone che abitano in paesi poveri, insomma, la scelta tra restare in casa attenendosi alle misure restrittive e uscire per lavorare non è una vera scelta. E per chi vive in grandi baraccopoli, con un limitato accesso all’acqua corrente, è molto difficile rispettare le regole di distanziamento sociale e di igiene. Questo è ovviamente un problema presente anche nei paesi occidentali, per le fasce più povere e deboli della popolazione. Ma nei paesi più sviluppati esistono, almeno in teoria, gli strumenti per raggiungere e aiutare queste categorie: nei paesi poveri spesso questa non è una possibilità nemmeno a livello teorico. Anche far rispettare le misure restrittive è complicato. I controlli delle forze dell’ordine sono limitati perché non c’è abbastanza personale e, quando avvengono, sono spesso usati metodi brutali. La polizia picchia, minaccia, spara . Secondo i gruppi di difesa dei diritti umani, a San Paolo almeno 78 persone sono state uccise dai soldati impegnati nel far rispettare le restrizioni. L’impossibilità di rispettare le restrizioni per le persone in maggiore difficoltà ha poi un’altra grave conseguenza: una maggiore diffusione del virus. Anche in Italia, negli altri paesi europei e negli Stati Uniti ci si preoccupa delle conseguenze economiche delle chiusure delle attività commerciali e delle limitazioni agli spostamenti, ma nei paesi ricchi stare in casa ha uno scopo preciso: abbattere la cosiddetta curva dei contagi quel tanto che basta per permettere al sistema sanitario di occuparsi dei malati.

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