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PALAMARA APRE DOMANI LA SUA CAMPAGNA ELETTORALE

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Un elefante impazzito che a un certo momento decide di entrare nel negozio di cristalli. È questa l’immagine che, meglio di qualsiasi altra, rappresenta la decisione di Luca Palamara di depositare – per l’udienza disciplinare a suo carico che si terrà domani al Csm – una lista di 133 testimoni. Nessuno si aspettava un elenco simile, sia per il numero monstre dei testi, sia per il loro “spessore”. E tutto questo ha un solo fine. Non quello biblico del “muoia Sansone con tutti i Filistei”. Ma proprio l’opposto, quello di rimanere a galla alcuni mesi per potersi candidare alle prossime elezioni. Si accettano scommesse.

  La vicenda è tra le più sconvolgenti. Non tanto per quel che ha lasciato emergere. Quanto per la sostanziale superficialità con la quale vi si guarda. Se ne fa una questione morale. Non lo è. Non è mai esistita una società di omogenea, generale, moralità. Tutta di buoni o tutta di cattivi. O anche solo di sempre buoni e sempre cattivi. Persino una grande visione religiosa, come quella cristiana, ha sempre presupposto la convivenza di bene e male, la impossibilità di estirpare il peccato e la necessità di accettare che il bene sia “virtù”. Il che non le ha fatto mancare “sbandamenti” (vedi crociate o inquisizione). Chi afferma che si possa costruire una società di “buoni” lo fa solo in nome di una visione di cose che corrisponde soltanto alla “propria” visione o interesse. Il “political correct” non è meno violento dei totalitarismi del passato. Ne è solo una forma più subdola e difficile da contrastare.  E nonostante questa consapevolezza, riflettendoci, mi viene da vomitare. Dei magistrati, persone chiamate a “magisterare”, titolate dell’altissimo onore di “governare” la giustizia, si incontravano di notte con dei politici, in un alberghetto della capitale poco distante dalla stazione.

Si incontravano poco distanti dalle troie di piazza dei cinquecento. Si incontravano poco distanti dai viados di piazza della repubblica. Su chi avesse più dignità in questo osceno rassemblementio non ho dubbi. Cinque magistrati, cinque, si incontravano  come carbonari con un certo Ferri (ex Forza Italia, poi questo poi quello, poi varie cose, oggi PD) e il solito Lotti, il presunto furbetto che gira con la nuvola di Fantozzi in testa, per decidere le nomine anche di importanti uffici giudiziari come la procura di Roma. E per trovare il modo di screditare i magistrati veri come Paolo Ielo, che nel frattempo combatteva contro mafia capitale che corrompe, e la mafia dei Casamonica che spara. Imercanti di nomine si incontravano di notte, quando fuori era buio pesto, confondendosi con le prostitute della notte, forse per girare senza che nessuno li riconoscesse. Cinque magistrati con il cappuccio in testa. Cinque magistrati con il mantello dei traditori, dei congiurati pronti a tradire. A no, scusate, con i mantelli erano solo 4.

A Palamara non arrivava neppure il mantello della mia taglia.  Si vedevano di notte. In un alberghetto. Mai prima della mezzanotte. E di notte imbastivano e demolivano carriere in nome di scambi tra correnti, e in ragione di criteri di “affidabilità”. E si incontravano con una cadenza bulimica. Di notte. Incappucciati. Per sentirsi vivi. Per darsi importanza. Traditori. Ma vivi. Scusate: basta così. Sto per vomitare. Non voglio sapere cosa si dicevano questi truci individui mascherati. Non mi interessa sapere se volevano “fare la pelle a Pignatone” . Proprio come i mafiosi. Non mi interessa se ora sono pentiti. Se non volevano. Se erano confusi. Questi cinque Mi fanno vomitare. Ma sono felice, nel contempo, perché nell’emozione di molti, direi di tutti, “l’affare Palamara” dà il voltastomaco.

Le rivelazioni che giungono a sprazzi, mescolata ad accuse di soldi, champagne, viaggi, puttane, biglietti (della Lazio di Lotito) gioielli, clientelismo, e su tutto quella parola sporca e terribile – corruzione – stampata sulla copertina di un fascicolo penale, sono una pugnalata di disgusto. Tutto questo mi fa veramente vomitare. Pensare che Lotito con 4 biglietti (della Lazio poi) potesse dire la sua sulla nomina di un Procuratore mi da la nausea. A prescindere dalla sua lunghissima lista di arresti, condanne e proces”. Cinque magistrati si incontravano di notte. Cinque. Sempre loro. E sempre cinque. Ma i magistrati sono 9.000. Buoni e cattivi. Come in tutte le categorie.

Ci sono quelli che fanno il loro mestiere con onore e disciplina, e quelli che fanno impolverare i fascicoli. Ci sono quegli onesti e quelli corrotti. Ci sono quelli mascalzoni che vanno a cena con i potenti e quelli che si battono contro la criminalità organizzata. Ci sono quelli che difendono i deboli dalle prepotenze dei violenti, e ci sono quelli che ricevono le telefonate e vanno in vacanza gratis. Ci sono quelli che sentono il peso della toga e quelli che la toga l’hanno appesa al chiodo. Ci sono quelli che vivono una vita blindata rinunciando ad una vita sociale e agli affetti, e quelli che non leggono le carte. Ci sono quelli che si sentono onorati di appartenere alla stessa famiglia di Falcone e Borsellino e quelli che , magari sotto sotto, pensano che erano due illusi.  Certo, nella magistratura esiste il correntismo, il gruppettarismo, la politicizzazione. Ma il problema non è dei singoli magistrati. Per riformare la giustizia italiana – che non funziona e ha pochi mezzi – è necessario fare una riflessione approfondita che possa restituire al nostro ordinamento giudiziario una tempistica “giusta” e  una adeguata efficienza. Certo esiste il Palamara. Però occorre non gettare il letame su tutto e su tutti.

I magistrati in Italia sono novemila, e il loro lavoro di giustizia si svolge in prevalente silenzio. Ognuno, sul lavoro, impersona lo Stato in presa diretta; ogni giudice, ogni piccolo giudice che pronuncia una sentenza “in nome del popolo italiano” non ha capi, non ha “superiori” in questa sua funzione, è soggetto solo alla legge, come dice la Costituzione. E il loro altissimo ruolo non va minato. L’importanza del loro lavoro non va messo in dubbio. Ci sono 9.000 donne e uomini che rispondono solo alla legge e solo alla coscienza sono fedeli. Non possiamo perdere questo baluardo di certezza.  E’ importante dire che le malefatte di cui è accusato Luca Palamara- solo accusato e non condannato – e su cui l’indagine farà luce, non riguardano il “mercato” della giustizia. Cioè una giustizia “marcia”. Ma un fatto per così dire “clientelare” in tema di nomine a incarichi dirigenziali. Certo, è una brutta cosa anche questo traffico d’influenza. Ma, grazie al cielo, cosa tutta diversa da un giustizia corrotta o venduta, che non da giustizia.  Certo esiste il Palamara, oggi con la sua voglia di vendetta. Certo esiste qualche “mariuolo”. Certo esiste qualche “furbetto”.  Ma niente tragedie, niente ipocrisie, niente silenzi: è sbagliato generalizzare e parlare di “toghe sporche”, perché non è vero. Certo, qualche purezza etica migliore va recuperata nel cuore, perché il vincolo morale è ancora più forte del vincolo legale. Le possibili vie da intraprendere per trovare un rimedio sono molteplici. E’ è meglio lasciare la parola a chi di dovere.

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