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PAOLO SORRENTINO ON THE ROAD: VOLA ALTO E PUNTA ALL’OSCAR

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Uscito a mani vuote dal Festival del Cinema di Cannes, This Must Be The Place ha preparato un’uscita in grande stile sbarcando sui grandi schermi italiani nei giorni scorsi ma, come spiega il regista Paolo Sorrentino è stato venduto in tutto il mondo tranne che in Cina. Il film, che vede per protagonista un irriconoscibile Sean Penn in versione rock star decaduta, vola alto e punta all’Oscar. Prima esperienza all’estero per il nostro regista napoletano, che con questa sua ultima fatica ha coronato più di un sogno: lavorare con un star indiscussa e girare un film negli States. D’altra parte, a quale regista non piacerebbe? This Must Be the Place è fortemente ancorato alla figura di Cheyenne, un ex-rockstar che, giunto ai suoi cinquant’anni, sperimenta un lungo periodo di “depressione” – non clinicamente intesa magari, ma qualcosa che certamente le si avvicina parecchio. Informato della morte di suo padre, a New York scoprirà in quale modo il defunto genitore ha trascorso i propri ultimi trent’anni della sua vita.

Cheyenne è un personaggio che definire particolare sarebbe un eufemismo. Ancorato ad un passato che lui stesso intende rifiutare, ne è vittima nell’accezione più ampia del termine. Così si spiega il suo atteggiamento vagamente infantile: non gli interessano le basilari convenzioni sociali, si veste e si trucca come un sedicenne in rotta col mondo e sembra stazionare in una condizione di profondo smarrimento. Difatti Cheyenne è davvero smarrito. Non perché, come sarebbe lecito ipotizzare, non riesca a farsi una ragione per non essere più sulla cresta dell’onda. Quella di abbandonare la musica è stata una sua decisione. Le sue tremende incertezze hanno radici decisamente più profonde. Lo vediamo camminare per le vie di Dublino trascinandosi sempre un trolley tra le mani: smarrito, affaticato, con uno sguardo totalmente perso nel vuoto. Ma non pensate che questo personaggio rappresenti il classico prototipo della rockstar finita nel dimenticatoio. Tanto per cominciare perché Cheyenne gode ancora di una certa notorietà, nonostante abbia smesso da anni.

In secondo luogo perché la sua non può affatto considerarsi una perdizione. La fase che sta attraversando è dovuta ad uno stato confusionale che lo ha praticamente condotto ad una sorta di regressione. Lo notiamo nelle sue uscite strampalate, nel suo incedere lento, nel suo tono di voce mesto, praticamente dimesso. La notizia della morte del padre arriva come un fulmine a ciel sereno. Ebreo sopravvissuto ad Auschwitz, ha speso tutte le proprie energie alla ricerca di un nazista. Il punto è che, ammesso che fosse ancora vivo, ora avrebbe novant’anni. Quasi trascinato dagli eventi, quindi, Cheyenne s’imbarca in questa assurda ricerca, senza alcuna certezza – neanche in relazione alle proprie intenzioni. Partendo dalla Grande Mela, quindi, diventa protagonista di un viaggio on the road che gli cambierà letteralmente la vita. Non ci vorrà tanto per capire che la persona di cui è realmente in cerca è se stesso, non di un tedesco di cui non si sa più assolutamente nulla. Un percorso di cui però si riescono appena ad intravedere gli snodi fondamentali a livello introspettivo. Ci rendiamo conto che qualcosa stia avvenendo, ma la “lotta” di Cheyenne è preminentemente interiore, e nell’accezione più ampia del termine. All’esterno rimane il disadattato che abbiamo imparato a conoscere sin dalle prime battute, il che contribuisce a renderlo ancora più “vero”.

Un simile cambiamento non è pensabile se non nell’arco di un tempo piuttosto prolungato, o comunque attraverso svariate tappe che l’ottimo Sorrentino non intende saggiamente bruciare. Ed in questo, impossibile negarlo, il grande Sean Penn ha un merito incredibile. Monumentale la sua interpretazione, che ha ancora una volta evidenziato, qualora ce ne fosse bisogno, quanto Penn sia a buon diritto da annoverare fra i migliori al mondo nella sua categoria. Il personaggio di Cheyenne regge da solo l’intero film, e l’impressione è che un risultato così meravigliosamente riuscito sia frutto di una simbiosi d’intenti, tra Sorrentino e Penn, davvero encomiabile. Tuttavia, il fascino di This Must Be the Place non si “limita” al ruolo del suo attore di punta. L’ambientazione dona alla pellicola quel tono, se vogliamo, poetico, raccontando il processo attraverso cui il suo protagonista matura quella consapevolezza tale da sbloccarlo. E questo, nonostante la precisa scelta del regista di focalizzarsi maggiormente sugli interni – quasi una sua ossessione, come dichiarerà in conferenza stampa.

Altrettanto efficace, in tal senso, anche la metafora del trolley. Sì perché Cheyenne, oltre che di trucco, smalto, vestiti alternativi ed una stramba capigliatura, viene anche munito di una valigia su ruote che si trascina praticamente per tutto il film. Solo alla fine riesce finalmente a separarsene, quasi a voler indicare che di quella zavorra non ne ha più bisogno. Anzi, proprio liberandosene riesce a tornare in superficie. Insomma, stiamo parlando di un film che poggia sull’eccezionale operato di due figure. Da un lato, la sublime delicatezza, innocenza e ingenuità di uno Sean Penn fenomenale. Dall’altro, un Sorrentino altrettanto superbo, la cui maggiore maturità spicca a più livelli. This Must Be the Place è la sua consacrazione! Un film toccante, intelligente e fuori dagli schemi. Non tutti riescono a strapparti qualche lacrima, sia che si tratti di una risata, sia che ci si lasci coinvolgere emotivamente un po’ più del previsto. Bravo Paolo!

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