PAPA FRANCESCO E’ COMUNISTA

PAPA FRANCESCO E’ COMUNISTA

Basta non se ne può più di questo Papa. Comunista. Pensate che ora invita a pensare agli ultimi, a tendere la mano ai poveri. E’ impazzito. Chiede solidarietà, amore e compassione. E’ fuori di senno. Mai sentito un Vescovo che parla di povertà, solidarietà. Addirittura compassione. Addirittura tendere la mano. Ma questo comunista leninista non lo sa che non si può dare la mano. Se non per prendere le offerte, ricchi doni, soprattutto vino per le belle feste con i cocainomani della città, imprenditori sfruttatori del lavoro altrui, donne rifatte per fare le troie, i divorziati, le coppie scoppiate. E molti in cerca. Ma non certo di Cristo. Tantomeno della Croce. “Tendete la mano ai poveri” E’ questo versetto del Siracide tema conduttore del messaggio di papa Francesco Fidel Bergoglio detto “Il Che”, per la IVª Giornata Mondiale dei Poveri. 

Sarà anche per i dati drammatici ma non inaspettati diffusi ieri dall’Istat: in Italia, in messo a noi ci sono 5 milioni di poveri. E 2 milioni di persone sotto la soglia di povertà. Persone che non hanno nulla. Neppure da mangiare. In Italia. Nella culla del cristianesimo. Cifre che fanno paura, che fanno piangere. Sarà anche per questo che le parole di Francesco risuonano oggi con tutta la loro carica di significato, per aiutare anche noi a concentrare lo sguardo sull’essenziale, e superare le barriere dell’indifferenza. La povertà assume sempre volti diversi, che richiedono attenzione ad ogni condizione particolare: in ognuna di queste possiamo incontrare il Signore Gesù, che ha rivelato di essere presente nei suoi fratelli più deboli . “Tendete la mano ai poveri” . Agli ultimi. Agli affamati. Pare che lo dicesse anche un certo Cristo, nato povero in una grotta, e morto povero su una croce. Senza giacca ne cravatta, senza croci d’oro, senza simulacri pagani, senza amicizie mafiose. Un certo Gesù, amico dei poveri, dei sofferenti, disprezzati, emarginati. Quindi comunista. Parole che sono come un codice sacro da seguire nella vita.

Un invito evangelico a mettersi al servizio degli altri, soprattutto dei più deboli, non una esortazione facoltativa per i buoni, ma una condizione dell’autenticità della fede che cattolica. Nel Messaggio, il compagno Pontefice ricorda innanzitutto che “la fede, la preghiera a Dio e la solidarietà con i poveri e i sofferenti sono inseparabili”. Non è che ognuno può fare come gli pare, chiamare due amici e dirsi cristiano. Non esiste un cristianesimo  “a modo mio”. Non si può essere chiaramente pagani e richiamare il Vangelo. Non si può contraddire in ogni passo della vita quello che è scritto nelle scritture e dirsi credente. Non funziona così. O meglio, lo puoi dire, puoi sfidare Dio con il tuo comportamento falso, alla ricerca di carriera e ricchezza. Ma prima o poi Dio ti riporterà sulla retta via nei modi che sceglie lui. Non si può peccare per l’eternità, mentire per l’eternità, e pensare di farla franca.

Per celebrare il culto di Dio, è necessario riconoscere che ogni persona, anche quella più indigente e disprezzata, porta impressa in sé l’immagine di Dio. Pertanto non si può solo celebrare se stesso. Per curare la tua infelicità, la tua solitudine  e le tue frustrazioni non puoi usare una Croce. Puoi chiedergli aiuto, pietà, comprensione, puoi chiedere perdono, inginocchiarti, ma non usare la Croce insanguinata di Cristo per sentirti forte e grande e bello e tutte le cazzate che ti dicono quelli più falsi di te per avere un favore. Così, il tempo da dedicare alla preghiera non può mai diventare un alibi per trascurare il prossimo in difficoltà. Mentre è vero il contrario: la benedizione del Signore scende su di noi e la preghiera raggiunge il suo scopo quando sono accompagnate dal servizio ai poveri. Dopo aver servito puoi sperare. Questo vuol dire che la scelta di dedicare attenzione ai poveri, ai loro tanti e diversi bisogni, non può essere condizionata da interessi privati, né da progetti pastorali o sociali melliflui, falsi, disincarnati. 

La storia e il quotidiano ci dice che non si può soffocare la forza della grazia di Dio per la tendenza narcisistica di mettere sempre sé stessi al primo posto. Non si tratta quindi di spendere tante parole, bla bla bla, ma piuttosto di impegnare concretamente la vita, mossi dalla carità divina. Per aiutare gli altri. Per amare. Tra mille contraddizioni certo. Tra mille passi indietro certo. Tra errori, scorie, ripensamenti, pentimenti. Certo. Ma amare gli altri. Secondo Papa Francesco per essere di sostegno a chi ha bisogno è fondamentale vivere la povertà evangelica in prima persona. Certo non la pensano così il Cardinale Bertone detto “superattico”, Bagnasco detto “croci d’ora” e Becciù detto “london city”. Secondo Papa Francesco il grido silenzioso dei tanti poveri deve trovare il popolo di Dio in prima linea, sempre e dovunque, per dare loro voce, per difenderli e solidarizzare con essi davanti a tanta ipocrisia e tante promesse disattese. Usa le parole di Cristo. Sarà perché è comunista. 

Evocando il versetto del Siracide il Pontefice sottolinea che tendere la mano fa scoprire, prima di tutto a chi lo fa, che dentro di noi esiste la capacità di compiere gesti che danno senso alla vita.  Esempi di questo segno si sono moltiplicati in questi mesi segnati dalla pandemia. Quante mani tese abbiamo potuto vedere. La mano tesa del medico che si preoccupa di ogni paziente cercando di trovare il rimedio giusto. La mano tesa dell’infermiera che, ben oltre i loro orari di lavoro, rimangono ad accudire i malati. La mano tesa di chi lavora nell’amministrazione e procura i mezzi per salvare quante più vite possibile. La mano tesa del farmacista esposto a tante richieste in un rischioso contatto con la gente. La mano tesa del sacerdote che benedice con lo strazio nel cuore. La mano tesa del volontario che soccorre chi vive per strada e quanti, pur avendo un tetto, non hanno da mangiare. La mano tesa di uomini e donne che lavorano per offrire servizi essenziali e sicurezza. 

Tutte mani tese che hanno sfidato il contagio e la paura pur di dare sostegno e consolazione. Per il Pontefice “Tendi la mano al povero” quindi è un incitamento a farsi carico dei pesi dei più deboli, che fa risaltare, per contrasto, l’atteggiamento di quanti tengono le mani in tasca e non si lasciano commuovere dalla povertà, di cui spesso sono anch’essi complici. L’indifferenza e il cinismo sono il loro cibo quotidiano. O le mani tese per sfiorare velocemente la tastiera di un computer e spostare somme di denaro, decretando la ricchezza di ristrette oligarchie e la miseria di moltitudini o il fallimento di intere nazioni. Le mani tese ad accumulare denaro con la vendita di armi che altre mani, anche di bambini, useranno per seminare morte e povertà. Le mani tese che nell’ombra scambiano dosi di morte per arricchirsi e vivere nel lusso e nella sregolatezza effimera. E quelle che sottobanco scambiano favori illegali per un guadagno facile e corrotto. E poi quelle che nel perbenismo ipocrita stabiliscono leggi che loro stessi non osservano. Li conosco. Non potremo essere contenti – scrive il compagno Papa – fino a quando queste mani che seminano morte non saranno trasformate in strumenti di giustizia e di pace per il mondo intero. Questo tempo di pandemia, è un tempo favorevole per “sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo. Infatti “già troppo a lungo siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà. 

Le gravi crisi economiche, finanziarie e politiche non cesseranno fino a quando permetteremo che rimanga in letargo la responsabilità che ognuno deve sentire verso il prossimo ed ogni persona. Il Pontefice infine ricorda che “il fine di ogni nostra azione non può essere altro che l’amore”. Questo amore “è condivisione, dedizione e servizio come i discepoli di Cristo”. Può essere utile ricordare che i discepoli di Cristo sono chiamati alla condivisione, alla carità, al servizio. Non a parlare e basta.

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