You are currently viewing PAURA DELL’OMBRA

PAURA DELL’OMBRA

  • Autore dell'articolo:
  • Commenti dell'articolo:0 Commenti

Vi aspetta dal 9 dicembre all’Auditorium di Roma per lo spettacolo “Ombre nell’inverno” Vinicio Capossela è un onnivoro gourmet della canzone. Rabdomante senza requie insegue insaziabilmente suoni, storie, culture e personaggi di ogni epoca, riuscendo sempre a fagocitarne l’essenza, l’odore, il fascino, attraverso una sorta di bizzarra sospensione del tempo e dell’incredulità. Conte e Waits, i languori latinoamericani e la polvere dei Balcani, le polke e i rebetici, Louis Prima e il jazz, Weill e le feste paesane: tutto convive e si trasfigura per incanto in un canzoniere straripante e universale, eppure sempre inconfondibile, grazie anche alla qualità letteraria dei suoi geniali testi, che gli ha consentito di avviare una fortunata carriera parallela di scrittore. Pluri-premiato (quattro Targhe Tenco) e ormai venerato quasi incondizionatamente dalla critica, Capossela è il miglior cantautore italiano della sua generazione, ma soprattutto uno dei pochi artisti totali che la scena nazionale abbia espresso negli ultimi anni.

Un nuovo spettacolo riservato solo a chi conosce bene e a chi ama tanto tanto Vinicio Capossela. Mi è piaciuto molto perché nulla è concesso a “quelli di mezzo”. Vieni accolto dal suono di uccelli notturni, il verso stridulo e ipnotico della civetta (o è il barbagianni?), un gracchiare lontano. Anche i suoni si fanno ombre incerte. Quando si spengono le luci del teatro, pare quasi di essere in un sogno notturno a occhi aperti, in una boscaglia illuminata a mala pena. Luminescenze come fumi filiformi, ombre e penombre ti fanno capire che Vinicio e la sua ghenga sono saliti sul palco. A volte non è chiaro dove stia il “frontmàn”: dietro un telo-schermo, al pianoforte, nella luce bianca dell’occhio di bue. Poi di nuovo dietro il telo in forma di ombra a dialogare con la sua stessa ombra (quale delle due ha corpo vivo?), a scherzare con l’icona di sé e delle silouhette-copertine dei suoi dischi. Infine a proiettare accecanti bagliori di specchi verso il pubblico. Dopo Polvere, Ombra.

Il tour invernale di Vinicio Capossela è imbastito a partire dal secondo album del doppio Canzoni della Cupa, ma anche dall’immaginario del libro (e film) Il paese dei Coppoloni e dalle Ombre radio (racconti per la stagione intercalare) passate su Radio3 prima di Natale .Contraltare al chiasso assolato e folkloristico del primo atto, è questa l’anima live (and in person) più magica e destabilizzante dell’autore, quella in parte meno festosa, ma abissalmente intima, inquieta e malincolica (la “L” non è un refuso), anche quando imbevuta di rock (Scorza di mulo, La bestia nel grano).«Nella notte di luna, nella luce di luna» bisbiglia quasi Capossela ne Il Pumminale, canzone dedicata a una creatura mitologica, lupo mannaro in versione campana, uomo-bestia o anima-corpo simbolo di ogni inadeguatezza «il lupercio mannaro di dentro, che la notte non lascia stare, che invece di lupo l’ha trasformato in porco maiale…».

Non c’è meraviglia senza incubo, ecco allora lanterne magiche e ombre cinesi di grazia o cupezza (magnifico il lavoro di Anusc Castiglioni), cinematografo e buio, bottiglia a bordo piano, diavoli che pisciano e umane invocazioni-preghiere a San Michele, «angelo della luce… se non dovessimo vederci più, in Paradiso portaci tu.». C’è un profondo senso di kaos e kosmos, rottura e ricomposizione, così come una radicale partecipazione e condivisione con il pubblico (seduto dalla parte più buia del teatro, dunque l’Ombra, principe della nottata). Capossela pare ritrovare dentro le ombre – tangibili o interiori – il mondo. Trasforma il palco nel luogo più magico, alto e meraviglioso, proiezione – al contempo eterea e concreta – di quel misto di oscurità e luminescenza di cui sono impastate le ombre umane. Unisce “Teatro”, mitologia, immagini proiettate, pianobar, ottima orchestra eccentrica (quartetto d’archi, tamburi, trombe, theremin), dipinti di luce e lanterna magica. Come caverna primordiale e ipnosi visivamusicale per occhi e orecchie. Le canzoni si fanno soprattutto deposito di generi, stili e tradizioni, estremo frammento rivelatore in un insieme magnifico e fumoso di stupore (per l’incanto possibile, per gli angeli e le male bestie accanto).

«Gli uomini son così piccoli, volli vederli da vicino…» canta ne Il Vinocolo («vino con un occhio solo») e ancora, il cammino illuminato solo dalle stelle, «questa storia sembra un vecchio ritornello/ una serenata […] e mi trovo tutto solo qui a cantarla/tutti gli altri sono scappati via/ poesie, folletti e pazzi amori persi e diventati nostalgia» in Stanco e perduto. Pare quasi di sentire Amleto (Hamlet, Act III, sc. 2), che illustra il fine e l’essenza dell’arte drammatica: «Reggere […] lo specchio alla natura; mostrare alla virtù le sue fattezze, rinfacciarle la sua immagine, e al vecchio corpo del tempo il suo aspetto e la sua afflizione.». Il nuovo live riporta alla potenza dei migliori concerti visti al Teatro Smeraldo (Ovunque proteggi, tour 2006) a cui dedica l’ultimo bis – «mancava una lettera nel nome, come un dente mancante» – a dispetto del comunque buono Teatro Arcimboldi «ma si può parlare bene degli assenti». Ci sono cartoline d’America triste (trumpiana) con Vetri appannati d’America e possibilità di leggere il futuro (Dimmi Tiresia, ma anche i molteplici rimandi ai tarocchi). L’ombra sfuma ma non è mai stata così prossima a essere traccia viva e presente. Osservava Goethe: «Dove c’è più luce, l’ombra è più nera». 

Lascia un commento