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PER POTER RICORDARE VOGLIAMO SAPERE LA VERITA’

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Dai signori in prima fila a Palermo. Vent’anni fa la mafia ha ucciso Falcone. Ma c’è ancora molto da capire e da sapere sulla trattativa tra lo Stato e la mafia avviata tra una bomba e l’altra, e con indagini che anziché chiarire i punti oscuri sembrano indicare ogni volta nuovi buchi neri. Gli esecutori materiali della strage sono stati individuati. Sono stati necessari cinquecento chili di tritolo sotto un pezzo di autostrada per far cessare gli attacchi contro Giovanni Falcone. A differenza di quello di via D’Amelio, dove i depistaggi della prima ora hanno intorbidito le acque e ancora molti aspetti restano misteriosi, quello di Capaci è un attentato quasi «limpido». Organizzato per regolare i conti tra l’organizzazione criminale forse in quel momento più potente al mondo e il magistrato che più di tutti l’aveva compresa e combattuta, ottenendo risultati giudiziari mai raggiunti prima. Questo è sicuro, ma forse c’è dell’altro. Perché un regolamento di conti si poteva realizzare facendo molto meno scruscio, come dicono in Sicilia, meno rumore, e con conseguenze meno negative per la mafia. Per non parlare di via D’Amelio. Invece i boss hanno deciso di agire in quel modo, pagando un prezzo molto alto: per questo si può sospettare che oltre alla mafia ci sia stato altro dietro le stragi. Se così fosse, ci si può solo augurare che si scopra.

Non sarà facile, nella patria dei tanti misteri politico-criminali. L’altro dato certo è che con il terremoto si realizzò un tragico paradosso: la bomba tolse dalla circolazione Giovanni Falcone, ma insieme gli consentì di recuperare il rispetto di un Paese che fino a quel momento gliel’aveva negato. Mostrando nei suoi confronti diffidenza, sfiducia e perfino ostilità. Nel ventesimo anniversario di Capaci, sarà bene tenere a mente questa amara stranezza. Prima di essere assassinato in un modo che ha fatto capire al mondo intero chi fosse, Giovanni Falcone ha subito molte sconfitte. Troppe. Cominciate subito dopo la sentenza di primo grado al maxi-processo che lui e Borsellino avevano messo in piedi con grande sapienza, scrivendo l’ordinanza di rinvio a giudizio chiusi nel super-carcere abbandonato dell’Asinara perché nella Palermo dove i poliziotti antimafia venivano ammazzati come mosche non era possibile garantire la loro sicurezza.

Mentre la corte d’assise infliggeva ergastoli e migliaia di anni di carcere agli imputati portati alla sbarra da Falcone, il Consiglio superiore della magistratura decideva che al posto di capo dell’ufficio istruzione non doveva andare lui ma un altro magistrato, che di mafia sapeva poco o niente. E quando dovette nominare l’Alto commissario antimafia il governo non fu da meno, guardandosi bene dall’indicare Falcone. Il quale a Palermo, con il nuovo capo, non era più in grado di lavorare: diede persino le dimissioni dall’incarico con una lettera in cui spiegava di non poter sopportare l’idea di essere additato come un privilegiato; «perché ciò, incredibilmente, si dice adesso a proposito di titolari di indagini in tema di mafia», fu costretto a scrivere al Consiglio superiore della magistratura nell’estate del 1988, una delle tante «estati dei veleni» palermitane. Decise allora di candidarsi proprio al Csm, per contribuire all’autogoverno della categoria, ma perse anche lì: i suoi colleghi non lo elessero.

Aveva già subito un attentato nel 1989, quello fallito sugli scogli della villa all’Addaura, che lui ascrisse a «menti raffinatissime», mafiose o meno che fossero; molti dubitarono dell’autenticità di quel progetto, e la repentina nomina a procuratore aggiunto di Palermo fu quasi un collettivo lavaggio delle coscienze.  Anche quel progetto fu accompagnato da un’infinità di polemiche sul giudice che s’era costruito un ufficio a sua misura, per guadagnare posizioni di potere. Con questa giustificazione il Csm si apprestava a indicare un magistrato diverso da lui per guidare la Superprocura, decretandone l’ennesima bocciatura. Sono stati necessari cinquecento chili di tritolo sotto un pezzo di autostrada per far cessare gli attacchi contro Giovanni Falcone. E’ bene non dimenticarlo, nelle commemorazioni che giustamente illustreranno i successi del giudice antimafia per eccellenza, e ne tesseranno le lodi. Perché è vero che è «beato quel Paese che non ha bisogno di eroi», ma ancora più beato sarebbe quel Paese che non ha bisogno di eroi celebrati solo dopo la morte, mentre in vita erano disconosciuti e osteggiati.

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