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PERCHE’ PIANGI PER LE CIRQUE ? SONO SOLO PUTTANE

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Daniela è la più brava assistente di produzione di Roma. Una vita sul palcoscenico. Argentina, Eliseo, Brancaccio, fino al Sistina. Un’esperienza, capacità e serietà unica nell’organizzazione tecnica, amministrativa e logistica delle produzioni teatrali e musicali romane. Ma anche televisiva. Ha conosciuto tutti, ha visto tutto, ed è stimata da tutti. Abruzzese come me, è partita dal Pescara Jazz di Lucio Fumo alle Naiadi. Siamo arrivati insieme a Roma nei primi anni ’80. 40 anni di  grande amicizia perché siamo simili. Non ha orari. Si è fatta da se. E’ una tosta. Sarà l’età, ma ieri , per la prima volta l’ho vista piangere in un bellissimo tramonto sul palatino di Roma. “Perché piangi” ? “Se chiude le Cirque finisce un sogno”. Sì, perché erano autentiche favole per grandi e piccini quelle che gli artisti-atleti del “Cirquedu Soleil” sapevano regalare alla gente sino a quando l’epidemia del secolo non li ha costretti a sospendere le loro narrazioni fisiche, musicali e caleidoscopiche nello lo spettacolo più bello del mondo. E non è un modo di dire.

Da trentasei anni il “tendone immaginario” ospitava un pubblico che, pur apprezzando l’arte circense, non sopportava l’idea che per il divertimento altri venissero sfruttati animali di ogni genere come veniva canonicamente imposto dalla legge del circo. Chiude i battenti un mito dell’arte non solo contemporanea, il Cirquedu Soleil. Il circo, espressione di verve e fantasie diventati mito dell’espressione del corpo e della cultura, chiude i battenti causa bancarotta. Si tratta agli effetti della fine di un’era. Quando si dice “il teatro riparte, il teatro ce la fa“, ovviamente si allude al teatro pubblico. Quello che vive grazie ai contributi, non grazie agli spettatori. Infatti chi non può contare soprattutto sull’incasso giornaliero, chiude.

Quando chiude una cosa tanto bella, come Le Cirquedu Soleil, con la sua poesia e comicità, con i suoi attori, giocolieri, acrobati, con il mimo e il clown, che mostra il suo mondo attraverso un viaggio dal sapore “antico”, confuso tra sogno e realtà, romanticismo e comicità, può chiudere tutto. Il virus ci ha portato via per sempre il naso all’insù per ammirare queste le anime volanti trasformarsi da piccole a grandi, poi giganti dai mille riflessi colorati e piene di fumo… vedremo ancora le anime in volo libero… e le bolle di sapone? Se chiude Le Cirque è semplicemente perché a queste realtà nel mondo non gli si rivolge la stessa attenzione che si rivolgerebbe a un’azienda che rischia di chiudere. L’arte è qualcosa di etereo. Gli artisti sono visti come le puttane. Ci regalano sogni, emozioni, allegria, follia, serate da ricordare, siamo disposti a pagare. Tutti sanno che quello è il loro mestiere, ma per convenzione bisogna pensare che campino d’altro. Il durissimo lavoro dell’artista (vero) sembra che non sia un lavoro. Le persone preferiscono ignorare la gavetta, le infinite ore delle prove, i viaggi, la dura competizione, l’ansia e l’incertezza di un lavoro temporaneo. Siamo come le puttane. Tutti ci cercano. Ma nessuno ci conosce. 

Rien ne va plus.  Fu Guy Laliberté , un mangiatore di fuoco, giocoliere e fisarmonicista ambulante di Montreal, giovanissimo e ricco di fantasia a pensare e a inventare nel 1984 l’evento itinerante che avrebbe rivoluzionato i canoni classici del “Barnum” senza per questo nulla togliere alle suggestioni di un’arte antica. Guy Laliberté, con quel cognome già evocativo, creò le “Cirque du Soleil” che nel giro di pochi anni divenne e si radicò come l’evento più popolare di tutto il pianeta. Niente animali, ma soltanto clown e trapezisti e funamboli e musici e coreografi e soprattutto un numero incredibile di atleti che avrebbero potuto tranquillamente partecipare alle Olimpiadi senza sfigurare. Il sogno del visionario La liberté si era dunque trasformato il realtà. Un sogno che per essere mantenuto in vita necessitava di un impegno economico onerosissimo. Ora il lockdown planetarioha impedito alla complessa e delicata macchina circense di continuare a funzionare e ieri, a Montreal dove tutto era cominciato, è stata decretata la fine definitiva del “Cirque du Soleil” ucciso da Covid. 

Affermare che siamo tutti più poveri non è una retorica banalità. Ed è molto triste. Prima del coronavirus, solo a Las Vegas c’erano sette spettacoli del Cirque du Soleil. Nel 2019 l’azienda aveva avuto un miliardo e 400 milioni di dollari di entrate . Poi il  mondo è cambiato in una notte. Tutto fermo, dai grandissimi magazzini in cui si producono i costumi e gli oggetti di scena fino ai pagamenti degli artisti. Il Cirque du Soleil ha sospeso, e poi cancellato, i suoi primi spettacoli cinesi a gennaio; 110 spettacoli solo tra Roma e Milano e dall’inizio di marzo ha fatto lo stesso con gli spettacoli nel resto del mondo, dovendo tra le altre cose gestire il rimpatrio di quasi 2800 dipendenti che erano a lavorare in giro per il mondo e, inoltre, il rientro in Canada di attrezzature di ogni tipo. Oggi il Cirque du Soleil è appeso a un filo. Il coronavirus è arrivato in un momento già non particolarmente felice .

Ora le cose sono ovviamente molto peggiorate: ci si chiede addirittura se le Cirque du Soleil potrà sopravvivere, e, se ci sarà ancora , quando si potrà tornare a fare spettacoli dal vivo in giro per il mondo con le sue acrobazie, danze, costumi sfarzosi, musica dal vivo, nuove tecnologie, grandi scenografia e trovate narrative che, messe insieme, hanno creato una nuova idea di quello che un circo poteva essere. Anche se molti non ci pensano i problemi dell’azienda, sono quelli dei suoi molti dipendenti. Non è che ci siano molte offerte di lavoro per i lavoratori del circo. Cinquemila persone sono a spasso, senza più il lavoro. Oltre a milioni di persone, in tutto il mondo, orfane dei loro sogni.

Il coronavirus spegne le luci del Globe di Londra. Spegne le luci di Broadway e chiude il Cirque du Soleil: Come tutte le società di intrattenimento che dipendendo su eventi di larga scala e affollati, il ‘circo dei sogni’ si scontra con i lockdown e i divieti di assembramento imposti a livello globale per cercare di contenere il coronavirus. Divieti che hanno spento le luci, facendo sprofondare in una crisi nera tutta l’industria dello spettacolo e dell’intrattenimento. Al momento di naviga nel buio sul quando il sipario tornerà ad alzarsi. Una cosa è certa. Nessuno ci verrà  a salvare . Suonare, cantare, recitare non è mica un lavoro. Noi siamo come le puttane, tutti ci cercano nel buio della notte. Ma nessuno ci conosce. 

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