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PINO BENGUARDATO: UN GRANDE TERAMANO

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E’ stato per me un grande onore conoscerlo e potermi dire suo amico. Ha sempre avuto per me una simpatia particolare. E la dimostrava in ogni occasione. Anche oggi che gli incontri erano solo casuali. Ma il passato comune non lo potevamo dimenticare. Facevamo a pugni insieme in un postaccio puzzolente che chiamavano “pugilistica teramo”. Ma era una pò di tutto, scuola di karate, atletica, pesistica, e la sera pure “scannatoio” dove i più grandi andavano a fumare e scopare.  Erano i primi anni ’70. Il ’68 romano bussava le porte in provincia, Teramo provava ad uscire dalle grinfie dei monarchi di sempre, a teramo governavano Nisii e Tancredi, chi usciva di sera era un drogato o una mignotta. I primi fermenti sociali, la prima contestazione studentesca. Io ero un ragazzino birbantello con tanta voglia di menare le mani. E pure lui amico del principe Junio Valerio Borghese, già avvocato con la sua camicia nera aperta inverno ed estate, professore modello che si poneva innanzitutto le ragioni dei giovani che contestavano la parzialità e l’arretratezza della scuola, che provava ad interpretare  ed era vicino ai giovani rifiutavano la società che appiattiva l’uomo, dequalificava l’intellettuale e mercificava tutto, anche l’arte ed il pensiero. Mentre le proteste, il dissenso, la contestazione, entravano nel linguaggio comune anche degli studenti teramani con un significato nuovo, lui era li che le sue idee di nobiltà ed i suoi valori troppo lontani dal comune pensare.

Pino se n’è andato come avrebbe voluto. Velocemente. Come aveva vissuto da giovane. Pino è stato un uomo. Un uomo vero. Un grande uomo, forte delle sue idee. Per questo per anni la sua città è stata animata da stupidi preconcetti verso di lui che voleva vivere di giorno ma soprattutto di notte, che voleva correre, amare, guardarsi attorno e dire la sua. Non come i suoi colleghi con la testa bassa, il cervello spento, l’animo servile sempre pronti a salire sulla biga del vincente. Ricordo quando nelle belle giornate anche lui andava a sedersi su una panchina dei tigli che aveva ribattezzato “l’ufficio”, con Tonino Moschioni, Giovanni Vetuschi, Gianni “il bello”, Franco “Panzò”, Enzo “lu puglies” e altri a turno, tra cui io, che andavano in ufficio per sapere ed imparare come girava la vita. Era lì che si davano appuntamento tutti quelli che gli volevano bene, e lo assecondavano in qualsiasi capriccio, ed era li che si programmavano le serate più belle che io ricordi. Altro che discoteche e pillolline dei giovani senza palle di oggi che, avrebbe detto lui, non gli piace neanche la figa!! E ricordo bene quei saggi della minchia che mi avvertivano di “stare attento”.  Troppe invidie verso chi viveva troppo intensamente per quella città, la nostra, troppo lontana da Roma, troppo democristiana, troppo borghese. Dove la vera gente zozza è stata sempre quella perbene, quella della cocaina di sera, che è  corrotta e che corrompe, che si fa i cazzi suoi, cioè gli affari sporchi che la città fa finta di non conoscere. E non vuole sapare.  Solo molto tempo Teramo si accorse quanto avesse sbagliato su di lui.

Alcuni anni fa, per alcuni mesi ci siamo incontrati ogni settimana e più volte per il progetto di una importante manifestazione pugilistica pensata da un certo Vincenzo Scacchia. E girando con lui per le vie del centro finalmente avvertii che la città aveva dimenticato quanto lo avesse fatto soffrire. E fui felice nel vedere quanta gente gli voleva bene e come lui avesse una parola e un sorriso per tutti. Oggi penso che umanamente, anzi abruzzesemente, era uno che aveva scambiato l’amicizia con l’amore, quasi considerava uguali due sentimenti tanto diversi. Grande cultore della gastronomia teramana e delle tradizioni della sua città. Amava la sua adorata moglie e la figlia Federica -come gli altri del resto- di cui andava pazzo; solo un po’ più degli amici a cui aveva dedicato la sua esistenza. Era affettuoso ed esigente con loro. Non poteva far passare un giorno o una settimana senza rallegrarli con una telefonata, o rimproverarli per un’assenza troppo lunga. Gran conversatore, animatore instancabile di serate gioiose, aveva un tocco speciale per intrattenere. Mille racconti e ricordi. A un certo punto cominciava a parlare di sesso in tono disinvolto, con grande impiego di neologismi e allusioni.

Mai volgare raccontava cose che sembravano palloni. Il fatto è che invece erano vere. Ancora oggi, dopo vent’anni, è rimasto indimenticabile il racconto assai stravagante che dedicò a un improbabile convegno di petomani, di cui volle catalogare a tutti i costi ogni tipo di emissione. I commensali che lo conoscevano meno, e magari sedevano al suo fianco per la prima volta, si stupivano. Ma lui non se ne curava. E concludeva immancabilmente magnificando la propria virilità, donatagli da una natura generosa. Aveva insomma un modo originale di snocciolare in termini crudi argomenti scabrosi. E lo faceva con un certo carisma, come se fosse un preciso dovere, tipo “avvertenze per l’uso”. L’attitudine alla descrizione letteraria dei suoi personaggi, a partire dagli anfratti più nascosti delle loro personalità, veniva fuori dai suoi discorsi pitturato in modo sublime dalla battuta di vita, sempre in dialetto, che chiudeva la frase. Addio grande uomo che hai vissuto sempre a fronte alta.  

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