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PIZZA IN PIAZZA…MA ANCHE NO

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Amo la pizza. Poche cose sono buone come una buona pizza.. Per questo mi ha incuriosito la notizia del “pizza festival” che si autodefinisce “ il più importante circuito nazionale della pizza”. Molto bene. Gnamme. Ottimo. Però mi chiedo quanti sono ‘stì “più importanti” ? No perché lo stesso giorno e nella stessa ora il circuito “Pizza Village” si trova a Verona e dice di essere lui il più importante e grande con i migliori pizzaioli. Poi, stessi giorni e ora, c’è “Pizza in piazza” a Piacenza, e anche loro dicono di avere i migliori pizzaioli, con tre campioni del mondo. Poi a Roma, stesso fine settimana, c’è il circuito “Pizza on the road”. E che te lo dico a fa ? Secondo voi chi sono i più importanti e bravi secondo loro ? Accettasi scommesse.

Comunque vale sempre il mio famoso detto: tutto ciò che si fa in città, per la città, è sempre positivo, il grigiore è negativo. Però c’è un grosso però: il fatto è che questa storia dei circuiti del cibo in piazza ha fatto l’acido. Facciamo qualcosa di nuovo. A Teramo ci sono ottime pizzerie e non vedo proprio perché uno dovrebbe andare a mangiarla da sconosciuti, su delle scomode panchine, penalizzando i nostri ristoratori. Però nonostante questo sarò contento se la gente parteciperà, perché tutti devono campare. Possibilmente senza prendere in giro nessuno con mirabolanti promozioni che lasciano il tempo che trovano. Anche perché è facile dire “pizza in piazza”, meno facile è farla in modo corretto, come abbiamo visto in passato in quella piccola giungla che è il commercio . Ora va bene che uno per campare si inventi un prodotto, lo porti in giro per l’Italia, in fondo fa impresa e crea reddito. Però è sempre la stessa storia: la deregulation no.

Sappiamo tutti la storia degli ambulanti, al di fuori della maglia del fisco, food truck con condizioni igieniche azzerate, e condizioni economiche agevolate. Una concorrenza che, gioco forza, diventa sleale. Anche nei piccoli centri ci sono molte realtà della ristorazione e molte pizzerie che fanno fatica, e bisogna educare a una concorrenza leale e a un mercato libero, ma regolare, corretto. Ci troviamo invece davanti ad una una disparità evidente: siamo davanti a palesi scelte politiche che incentivano settori che effettuano somministrazione senza essere sottoposti alle stesse regole dei pubblici esercizi in generale, come gli home restaurant e allo street food. Un questione molto semplice che vorrebbero rendere complessa solo quei signori che si vanno a mangiare la pizza gratis, con la famiglia, gli amici e – come disse un ristoratore lo scorso anno in piazza Martiri – “anche con gli amici che passavano” .

E’ semplice: se non ti chiami “pubblico esercizio” non importano i servizi igienici e tutti possono pisciare dappertutto; gli spazi per il personale possono non essere a norma così come le loro condizioni igieniche; gli ambienti di lavorazione sono a norma secondo una normativa che farebbe chiudere qualsiasi ristorante dai Nas. E comunque anche così quando Nas e Finanza vanno a vedere chiudono anche gli street food. Per non parlare degli oneri tributari, come le tasse sui rifiuti, che sono diverse fra le categorie e sensibilmente più onerose per chi fa somministrazione nella ristorazione . E’ come una gara sportiva in cui, alcuni atleti partono già con delle penalità. Penalità che finiscono per riversarsi non solo sulle tasche dell’esercente, ma sull’ambiente stesso della ristorazione . Difficoltà che, dati alla mano, portano effetti negativi su qualità del prodotto, rischi alimentari per i consumatori, occupazione del settore e attrattività delle nostre città. Benissimo dunque ogni festa in piazza.

Ma la legge deve essere uguale per tutti, per poter avere un orizzonte commerciale in cui ci sia sempre più concorrenza, ma equa. Occorre garantire una competizione leale nel mercato della ristorazione e non aggirare le regole inventandosi dei circuiti della pizza, birra, pasta, vino e quant’altro. Spesso senza preparazione e senza cultura della cucina. E’ vero che, secondo il ministero, se l’attività è diretta a particolari soggetti ed è “svolta occasionalmente”, non sarà assoggettata alla disciplina di somministrazione di alimenti e bevande. Penso alle nostre belle sagre. Tutte coronate da giusto successo. Ma se uno organizza per sei mesi un circuito, ogni settimana in una città diversa, regalando pizza a chi promuove l’evento o la favorisce, è una attività “ esercitata occasionalmente” ? Una festa della pizza è forse un’attività di promozione e valorizzazione del nostro territorio o, diciamolo chiaro, è solo un riempiticcio per una estate desolante ? Mi chiedo e vi chiedo: non è ora di dire basta ai “finti” agriturismi diventati ristoranti a tutti gli effetti, alle gastronomie, macellerie e pescherie che si “trasformano” in ristoranti senza dimenticare i furgoncini dedicati allo street food e le altre forme della gig economy. Una situazione perversa che permette a qualcuno di agire senza regole e ad altri impone regole stringenti e onerose, non la trovate anche voi non solo inconcepibile ma addirittura offensivo verso chi cerca di fare il proprio lavoro con serietà e dedizione. Detto ciò , viva la pizza.

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