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PREPARATEVI ALL’EVENTO: ROGER WATERS TORNA IN SCENA CON “THE WALL”

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Se il 2009 è stato l’anno del “360 tour” degli U2, per quest’anno preparatevi a volare, perché il tour imperdibile dell’anno partirà il 15 settembre da Toronto.  A trent’anni dalla prima volta e a venti dalla storica messa in scena berlinese del 21 luglio 1990 alla Potsdamer Platz, il “Muro” dei Pink Floyd tornerà a erigersi maestoso e a crollare fragorosamente sul palco del nuovo tour di George Roger Waters.  Si. Era impensabile. Ma il compositore tenebroso, intimismo, carico di ossessioni che nel 1979, non sopportando la folla, con abile trasposizione artistica decise di nascondere letteralmente i Pink Floyd al pubblico con un muro, nel 2010 tornerà in scena con “The Wall”.  Opera nella quale Roger Waters, autore di quasi tutti i brani, raccontava la vicenda di Pink, un personaggio largamente autobiografico, ma anche ispirato dall’ex Floyd Syd Barrett, schiacciato da un’esistenza di alienazione e solitudine, fino a costruire attorno a sè un muro metaforico.

  E tornerà in scena non solo il fondatore del gruppo – con David Gilmore e Syd Barret- bassista, cantante e soprattutto mente del celebre “concept album” The Wall. Ma un grande poeta della musica. Uno dei più grandi parolieri di sempre.  A 68 anni, supportato da una superband ed un coro afro, affronterà 36 date live nordamericane, con partenza il 15 settembre a Toronto e chiusura il 13 dicembre in California.  Per il mio compleanno mi sono regalato i biglietti per la data di New York.  Questo show prevede la costruzione “in progress” di un muro, che sarà largo circa 90 metri e alto 20.  Certo. Nei programmi di Waters anche lo sbarco in Europa nella primavera 2011 (a Milano e Roma 1l 15 e 18 luglio 2011) ma, al momento, non è stata resa nota alcuna data. 

Meglio non rischiare.  Per la complessità della sua macchina organizzativa, pubblicato nel 1979, l’album The Wall è stato suonato interamente in concerto per poche date dei Pink Floyd, nel periodo 1980-81 (in Europa solo a Londra) e durante l’evento “all star” che nel luglio 1990 vide Waters, già da anni lontano dalla band, circondarsi di un cast stellare per commemorare la Berlino liberata dal muro l’anno prima.  Se la storia ha associato in modo naturale il muro dei Pink Floyd alla vicenda della capitale tedesca, tagliata in due dalla Guerra Fredda, dietro l’album The Wall e ai concerti che ne seguirono c’è un distinto percorso esistenziale.  L’idea del “muro” si insinuò tra i pensieri di Waters nel 1977, all’epoca dell’In The Flesh Tour, con cui i Pink Floyd stavano promuovendo l’album Animals. 

Dopo aver solcato gli spazi aperti della psichedelia, dello space rock e del “concept” in musica, la band era diventata una gigantesca icona rock, in linea con la tendenza dell’epoca (quando le major investivano su pochi, sicuri prodotti) che era quella di rafforzare il processo di “beatificazione” degli artisti con allestimenti scenici sempre più imponenti, costosi e spettacolari, che in molti casi servivano a coprire l’inaridimento creativo dei protagonisti.  Ancor prima che Johnny Rotten dei Sex Pistols indossasse la famosa maglietta con la scritta “I Hate Pink Floyd”, Waters aveva avvertito il presagio dell'”estinzione dei dinosauri”.  I Pink Floyd fronteggiavano su palchi titanici l’impatto di un pubblico urlante, sofferente, distratto, intento a spingere e a bere, pronto a lasciarsi affascinare da un enorme maiale volante piuttosto che dai suoni che con tanta cura la band cercava di riprodurre. 

Waters sentì che una barriera si era pian piano posta tra il gruppo, sempre più “invisibile”, sovrastato dalle enormi impalcature della scena, e la gente che si radunava ai suoi show perché era la cosa che bisognava fare in quel momento.  Nacque così l’idea del “muro”, che i supergruppi avevano eretto e che il punk fece saltare.  Partorito per intero da Waters, il progetto The Wall si sarebbe sviluppato su tre livelli: l’album, il concerto e il film.  Il tutto ruotava intorno alla vicenda di una rockstar (simile per molti aspetti allo stesso Waters e a Syd Barrett), che rivede in flashback la propria esistenza, stretta tra le frustrazioni degli “adulti” (madre, insegnante elementare, moglie) e le aspettative del pubblico, finendo per erigere tra sé e gli altri un muro alla cui edificazione concorrono i soldi, la musica, la droga.  Dopo un sommario processo, Pink (il nome del protagonista, impersonato da Bob Geldof nel film) viene condannato all’alienazione sinché non arriva la liberatoria esplosione del “muro”. 

Registrato tra Los Angeles, New York e la Francia e, infine, pubblicato nel dicembre del 1979, il doppio album si rivelò un’opera monumentale, capace di collezionare solo negli Usa 23 dischi di platino.  Una lunga sequenza di tracce incollate l’una all’altra dai consueti effetti sonori: elicotteri, porte che si sbattono, vasi in frantumi. Un collage di ballate contrappuntate da echi hard e maestose parti orchestrali che culminano nel celeberrimo Another Brick In The Wall Part II, con un coro di scolari che canta il ritornello e un inconfondibile giro di basso, sfruttato anche in arrangiamenti “disco”.  Se il film The Wall del regista Alan Parker catturò solo parzialmente lo spettro di implicazioni sociali e psicologiche del disco, i live show circondarono l’opera di un alone di leggenda grazie alla “memoria” dei fortunati che assistettero a quei rari concerti, parlandone negli anni successivi con toni di enfasi e meraviglia. 

The Wall Live fu in realtà uno spartiacque, nella musica e nel modo di intendere “il concerto”, stabilendo una soglia qualitativa che oggi, incamerati tre decenni di progresso tecnologico, è diventata standard.  L’idea base era un palco principale davanti al quale, più in basso, veniva montato un secondo stage. Su di essi avrebbero preso posto i quattro membri della band e i loro “doppi”: sessionmen con indosso maschere di Waters, Gilmour, Mason e Wright realizzate da uno studio di Hollywood.  Nel corso dei primi 45 minuti di concerto, “squadre speciali” avrebbero tirato su tra i due palchi un muro di mattoni in speciale materiale antincendio, alto nove metri e lungo cinquanta, per nascondere infine la band alla visuale del pubblico.  I personaggi della storia di Pink avrebbero fatto il loro ingresso sotto forma di enormi pupazzi gonfiabili o nelle animazioni ideate da Gerald Scarfe, mentre una delle scene più spettacolari in assoluto sarebbe stata la picchiata contro il muro, con tanto di deflagrazione, di uno Stuka, un caccia militare tedesco.  Dopo l’esecuzione di Goodbye Cruel World il muro sarebbe esploso fragorosamente, un crollo accompagnato da mattoni rotolanti, fumo e fuochi d’artificio.  Ma di The Wall non si riuscì mai a portare a termine una completa prova generale e i temuti incidenti si verificarono puntualmente.

Durante il debutto, a Los Angeles il 7 febbraio del 1980, alcuni giochi pirotecnici presero inavvertitamente fuoco. Di fronte alle fiamme, alcuni spettatori rimasero attoniti pensando a una trovata scenica, altri fuggirono in preda al panico. Una struttura tanto complessa, tonnellate di materiale stipate in un esercito di tir, tre uomini impegnati alla consolle del mixer e team specializzati nelle singole operazioni, comportò la scelta di limitare il tour a poche, fondamentali date. The Wall Live andò in scena a Los Angeles e New York e Londra (agosto 1980 e giugno 1981).  Questa è la volta buona per vederlo. 

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