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“QUESTO E’ STATO”

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La scuola è, per eccellenza, il luogo nel quale la memoria si intreccia con il respiro del mondo che va verso il futuro possibile delle menti e dei cuori dei nostri giovai. Eppure non sono molte le scuole che hanno ricordato questo giorno. Eppure il Giorno della Memoria non ha solo un forte valore simbolico ed educativo, ma ha anche un valore forte di ritorno ai valori della nostra civiltà, quando essa sa usare parole di pace, di tolleranza, di rispetto reciproco, di comune sentire il destino del mondo. Insomma, quando la nostra civiltà pensa al respiro dei nostri bambini e pensa bene al loro futuro, profetando per le tante Sara, Davide, Mattia, Samuele, Raffaele, un domani che non sia come ieri. Ma come parlare ai nostri bambini e ai nostri ragazzi della Shoah? Come evitare il rischio di una stanca retorica, di passare per vecchi visionari? A noi che abbiamo letto Primo Levi, sappiamo di Simon Wiesenthal, pianto vedendo Schindler List, il ricordo dell’Olocausto parla cronaca viva, accende emozioni. Ma a loro, nati nel 2000, con altra storia passata sotto i ponti, e spesso una storia che ha ripetuto nuovi empiti razzisti, come ricordare perché diventi segno di civiltà, di cultura vissuta, striscia che rimane nel futuro perché non accada più? D’altra parte falò di libri e di scuole, assieme ai genocidi, sono accaduti ancora recentemente, è successo anche in Kossovo, in Serbia, in Macedonia, in Cambogia, in Ruanda, in Afganistan.

Devo dire che parlare della Shoah è meno facile di quanto si creda, è necessario che la scuola sappia trovare i modi giusti, evitando parate e parole retoriche. Penso, per esempio, che il Giorno della Memoria debba essere effetto –non causa- di un insegnamento che nel suo insieme (non solo parlando di storia) viva, non solo dica, tolleranza, rispetto reciproco, accoglienza dell’Altro da noi. Il modo migliore perché il Giorno della Memoria resti nel tempo, è di farlo vivere giorno per giorno. Farlo vivere facendo vivere nei ragazzi il piacere della comunità e il bello della differenza. Ma questo non basta. Bisogna sapere di più. Penso che si debbano far parlare le fonti, i documenti, conoscere direttamente ciò che è stato. Soprattutto aiutare i ragazzi a capire che non si tratta di un film, né di un evento virtuale, ma di verità veramente accadute. Dobbiamo, soprattutto, con loro sforzarci di rispondere alle domande difficili: perché è successo, come si deve fare perché non accada più. Per questo abbiamo bisogno di storie, di racconti, di documenti che permettano a quella pietra anonima di Autschwitz di parlarci ancora, di stringere con affetto quell’anima nel vento, di parlare per non dimenticarla. Noi non dimenticheremo. Ma dobbiamo fare della memoria un passo per il domani.

Questo dovremmo fare noi, soprattutto, a qualsiasi età della vita. Anche per questo è importante ricordare l’ammonimento di Primo Levi: “Meditate che questo è stato”. Meditiamo, perché questo non succeda mai più. Meditate…  Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case,  voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici:  Considerate se questo è un uomo che lavora nel fango  che non conosce pace che lotta per mezzo pane  che muore per un si o per un no.  Considerate se questa è una donna, senza capelli e senza nome  senza più forza di ricordare vuoti gli occhi e freddo il grembo  come una rana d’inverno.  Meditate che questo è stato: vi comando queste parole.  Scolpitele nel vostro cuore  Primo Levi

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