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RIALZATI ABRUZZO

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Dalla coppia di fenomeni Vittorio Di Domenicantonio & Antonio D’Amore nasce una canzone che racconta una delle ore più brutte vissute dall’Abruzzo. Una canzone destinata al successo, incisiva perche semplice, una canzone da Sanremo. Dai due opposti che si attraggono, dai due di “Attacca bastià!” ecco che all’improvviso è venuta fuori una colata di emozioni, di ricordi e commozione in una esibizione sorprendente anche per le notevoli capacità tecniche che la giovanissima band dimostra. Nasce così un connubio tra fenomeni, che sarà discusso e al contempo celebrato: nasce così, quasi per caso, “Rialzati Abruzzo”. Ora come la metteranno i traditori della loro città e dell’Abruzzo. Ora come la metteranno i magniloquenti e fini intellettuali, quelli che mi stanno così tanto sul cazzo, quelli che usano i paralogismi invece delle parole, quelli dei sofismi così utili per pulirsi il culo, quelli che usano i logaritmi politici in ogni occasione per non muovere un dito, quelli delle argomentazioni false e tendenziose a ogni frase, i teorici della scuola razziana “ma chissenefrega”, portati alla ribalta da un certo intellettualume post-capitalista, incistato da vecchi arnesi del pensiero organicistico tanto di moda nei salotti buoni di città, nei circoli dei bari, nei bar dei banditi, ed altri immondi che antepongono sempre i cazzi loro alla ragione per meglio nascondere il portafoglio. 

Come la metterano ora quelli abili a parlare anche quando non hanno niente da dire. E tutti gli esperti nel tessere ragnatele di vocaboli sui crateri del “non senso”, che precipitano sempre nelle trappole nere dell’assurdo come mosche nel calamaio.  Come la metteranno i servi cronici del potere, gli inutili, incapaci di andare alla sostanza delle cose, esseri dall’anima barocca che adoperano i vocaboli e i vestiti come fossero stucchi, e aggirano i problemi con le volute delle nostre furbizie letterarie. E gli “avvocatucci” sulle cui labbra la parola si sfarina in un turbine di suoni senza senso. Si sfalda in mille squame di accenti disperati. Si fa voce, ma senza farsi mai carne. Come la metteranno i predicatori prolissi, sti stronzi tutto “promesse, bugie, chiacchiere e distintivo” ora che Vittorio il fenomeno quello di “Attacca bastià”, unico in Italia ha tirato fuori una canzone (in)culturale su testo di Antonio D’Amore (del cui incontro mi sento terribilmente responsabile), politicamente corretto, una canzone bella e di annunciato successo che è riuscita a mettere sullo stesso fronte ex sedicenti marxisti, idealisti, autentici cialtroni travestiti da santoni, profeti del volemose bene …

Fino alla prossima scossa cà riscappo, paraculisti immondi con i loro selfie da buoni sulle rovine altrui, incalliti leccaculi pronti a condannare, pronti a sfilare, pronti a leccare, pronti a tutti in ossequio al rispetto di antichi “parametri naturali” in quanto bisogna imparare a sopportare, senza troppe lamentele, ed altra umanità varia ed avariata Come la metteranno ora i benpensanti se l’unico che è riuscito a dire grazie senza dimenticare cosa è successo -e chi deve pagare- è stato un menestrello di campagna, quello di “Attacca Bastia”, con una canzone seria, posata, romantica, senza retorica, con pochi versi, ben ritmati, che sarà presto cantata in tutte le piazze d’Abruzzo. E non solo.  Grazie allora a Vittorio e ad Antonio perché, senza retorica, con una semplice canzone ci avete richiamato a ciò che più conta. Grazie per la vostra canzone, perché vera, acqua e sapone. Perché senza trucchi. Grazie per la vostra lancinante essenzialità, che ci aiuta a distinguere senza molta fatica il genuino tra mille surrogati, la voce autentica in una libreria di apocrifi, il quadro d’autore nel cumulo delle contraffazioni. Grazie a Voi. E grazie ai pochi angeli veri dell’Abruzzo che non dimentica eroismi e tradimenti.

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