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ROLLING STONES: IL ROCK

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Era il 1962, faceva caldo quell’estate a Londra. Il 12 luglio sei ragazzi dal nome curioso di “Rollin’ Stones”, ispirato ad un blues di Muddy Waters, si presentano sul palco del Marquee, tempio del rock londinese, per far ascoltare la loro musica “sporca e cattiva” ad un piccolo pubblico di adoranti dei grooves del Mississipi. Quel giorno nacque una leggenda che avrebbe fruttificato nel mondo pop, facendo convivere rock, blues, jazz, sperimentazioni elettroniche nell’indefinibile sound di un gruppo senza padri perché ne aveva molti. Oggi, 50 anni dopo, i Rolling Stones sono il rock. Da cinquant’anni. Loro lo sanno e noi pure. Perciò si possono permettere di festeggiare, tra due anni, il mezzo secolo di attività, tra alti e bassi, pause e vigorosi ritorni, terrificanti depressioni e spettacolari apparizioni. Nessuno si è meravigliato quando Mick Jagger ha annunciato il tour mondiale che durerà due anni, per marcare una storia che non si esaurirà con l’addio finale quando Jagger avrà superato i sessantasette anni, Richard la stessa età, Wood i sessantatrè e Watts avrà spento settanta candeline. Ma ci si può scommettere, i Rolling non scompariranno, perché i miti non vanno in pensione.

Li vedremo saltare su palchi megagalattici, animare le scene ed eccitare la fantasia di chi li ha visti nascere come di chi ne raccolto i frutti seminati nel mondo del rock, figli e nipoti di coloro che amavano, trasgredivano, si illudevano, protestavano ascoltando Satisfaction e Jumpin’ Jack Flash, Sympathy for the devil e Brown Sugar. Con il rimpianto di un’epoca che vivrà nella colonna sonora di una modernità, comunque valutabile, nella quale siamo indiscutibilmente immersi. I Rolling Stones come Jimi Hendrix, Janis Joplin, i Led Zeppelin, Frank Zappa, gli Who, i Cream sono i protagonisti del nostro sogno innocente, cominciato oltre quarant’anni fa, che ci tiene compagnia, magari ascoltando Bach o Mozart, o immergendoci nell’universalità jazzistica di Miles Davis e di Keith Jarrett: senza quei ragazzi inglesi che facevano da contrappunto diabolico agli angelici Beatles, il nostro immaginario non sarebbe stato quello che è stato, e non avremmo praticato i vizi innocui di rivoluzionari senza rivoluzione, come quei ragazzi di Woodstock che giusto quarantuno anni fa si ritrovarono in una sperduta contea sulla costa orientale americana a ridere in faccia ad un mondo che volevano semplicemente ed ingenuamente più umano e trovarono nelle distorsioni prodotte dalla Fender Stratocaster bianca di Hendrix i motivi della loro rivolta, le ragioni di una comunità che sapevano effimera, ma che nessuno gli impediva di credere eterna. Nel cuore e nella testa avevano, ben oltre i confini di Woodstock, anche la voce di Jagger e le note di Brian Jones, morto prematuramente, di Richard ed il martellante sound batteristico di Watts. ®

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