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ROMA, ORE 7. TUTTI IN ATTESA DELLA FUSTIGAZIONE AL CIRCO MONTE CITORIO

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Roma, ore 7, bar Giolitti. Siamo tutti già qui in attesa di entrare al circo Monte Citorio dove andrà in scena la fustigazione del Presidente della Camera. Roma, ore 7, bar Giolitti. I leoni in cerca di sangue arriveranno tra un pò. Il posto a sedere nell’arena gli è assicurato dal loro servilismo al Kapo.   Qualche addetto al sacrificio in attesa di sedersi nello scranno per alzare la mano e guadagnarsi così un posto in paradiso per il prossimo turno di giostra già si vede in giro. Vuole essere intervistato. Vuole dire la sua. Offre caffè paste e bignè. Oggi si fa festa. Oplà basta alzare il braccio ben alto, ben in vista, poi premere un bottoncino ed il gioco e fatto. Il rito è compiuto. Il Kapo è servito. Tutto passato. Roma, ore 7, bar Giolitti.  C’è chi ride soddisfatto. Chi scherza. Chi paragona la casa di Montecarlo con la casa vista colosseo regalata ad un ministro… ma chi era? Ah si Scajola. Ma chi si ricorda più. I giornali del Kapo hanno scritto poco e solo per dire che era un regalo.   Roma, ore 7, bar Giolitti.  In pochi riflettono. Si ride. Si scherza. A Roma è una bellissima giornata.

La Roma ha pure vinto in coppa. Poi il cameriere dice. “È come se, fatte le debite differenze, chi assiste alle novantanove frustate si chiedesse solo ora se il frustato sia effettivamente colpevole o innocente. Cioè vuol dire, è come se, per dirla in termini espliciti, l’Italia avesse scelto il modello iraniano, e tutto il paese se ne stesse, inerte e reticente, ad assistere, chiedendosi solo di sfuggita se il pestato ha qualche colpa o responsabilità. Il paragone è volutamente traumatico, perché è incomparabile la gradazione della violenza: ma il metodo italiano, il “metodo Boffo” di questi tempi tende ad assomigliare ad un modello di democrazia basato sulla forza quale strumento di risoluzione dei conflitti. Per l’ occidente politico la forza usata come regola principale e incontestata segna la fine di una democrazia, o quantomeno un campanello d’allarme che sembra suonare in un paese di sordi. Di fronte alla situazione di questi mesi, di fronte allo sguardo miope e attonito che segue il dito dei singoli fatti e ignora la luna che fa da sfondo, impallidisce la realtà che fino ad oggi sembrava sfigurare il nostro modello istituzionale democratico.

La fine, o almeno la sospensione della sovranità popolare, con il potenziale corruttivo che consegue alla scelta dei mille parlamentari da parte di un’oligarchia; l’ipocrisia dell’attribuzione all’elettore inconsapevole dell’elezione diretta del capo del governo, quasi a surrogare la concreta perdita di sovranità; la gerarchizzazione delle istituzioni in luogo della interdipendenza e del controllo reciproco tra le stesse, a vantaggio esclusivo dell’eletto dal popolo inconsapevole; la conseguente fine della teoria della separazione dei poteri; quindi, il rifiuto della giustizia pubblica, amministrata in nome del popolo, e l’assunzione della giustizia sovrana in luogo della stessa, come ormai evidente. Un conflitto di interesse totale, che si accetta di regolare non in via di prevenzione, creando una barriera al suo esercizio, ma sulla fiducia che il titolare non ne abuserà, con controlli successivi affidati a lui medesimo. Chi sono gli inerti e i reticenti? E, ancora, quali controlli sulla propria vita, ammesso che bastino, dovranno esercitare i prossimi avversari – esterni e, se ce ne saranno, interni – del capo del governo? Sono inerti e reticenti tutti o quasi i formatori della pubblica opinione, dagli autori dei pestaggi a chi si gira dall’altra, perché il pestaggio è forse meritato.

L’indipendenza confusa con la pratica di un’equidistanza pregiudiziale, vale a dire con la rinuncia a giudicare. Poi, i partiti, da quello del capo del governo, nel quale tutto è lecito, a quelli, imperdonabili, che sulla carta lo avversano, ma che accettano la versione e il modello del capo del governo stesso su tutto. Che da quindici anni gli permettono di essere sempre all’attacco, con un mirabile rovesciamento delle responsabilità. Sempre più osservatori rassegnati degli eventi politici e istituzionali, anziché antagonisti e cogestori del patrimonio istituzionale.Tutt’al più con qualche apparentemente deciso distinguo. Non ci sono mai prese di distanza definitive di fronte a gesti irreversibili: quali quelli di un plurimputato che sistema gli avversari con l’arma dei loro quasi sempre inesistenti conti con la giustizia ufficiale, sostituiti da quella della propria supremazia istituzionale di simbolo della sovranità popolare. Un garantista che denuncia e condanna gli avversari, predica la tolleranza zero con chi non conta nulla e assolve se stesso, da sé.Infine, le altre istituzioni, che non possono limitarsi a cercare dentro le regole schiantate la legittimazione e le competenze per fermare la vocazione e l’uso della prepotenza come nuova chiave delle democrazia. Almeno, così mi sembra.  

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