SABATO A ROMA… ANCHE CHI NON E’ DEL P.D.

SABATO A ROMA… ANCHE CHI NON E’ DEL P.D.

Penso che il gruppo dirigente del Pd viva l’attuale fase storica e politica con affanno e sgomento perché priva della comprensione della realtà e, soprattutto, della fiducia in una immediata riscossa. Le risposte alle domande che il quotidiano pone con forza all’opposizione, così, offrono verità parziali, contraddittorie e, comunque, mai in grado di cogliere una motivazione di fondo, sostanzialmente unitaria. La confusione delle spiegazioni produce, naturalmente, un florilegio di ricette tutte lontane dalla gente che vuole risposte semplici e verità  coerenti. Una parte –tra cui io- stà con Di Pietro e Vendola. Una parte vorrebbe Fini e Casini.

Una parte rimpiange la scelta solitaria poveri ma buoni e qualcuno è per il nuovo C.L.N. che mette dentro anche Ferrero % co. Tutti i buoni contro il cattivo. Per cui l’elettorato di centrosinistra esprime il suo distacco, il suo disagio, la sua protesta, persino la sua rabbia contro la dirigenza Pd. Oggi al 24% reale mentre gli analisti gli assegnano un potenziale votanti del 38%. Si imputa al Pd il presunto fallimento della fusione tra la sinistra cattolica e quella postcomunista e si parla di una crisi di identità di quel partito. Si comincia a scaricare sul segretario tutte le colpe, in vista del prossimo, destinato alla triste sorte del suo predecessore. Il difetto di tutte queste diagnosi e delle conseguenti terapie è sempre lo stesso: l’ottica.

Lo sguardo è costantemente rivolto alle alleanze parlamentari più opportune, alle vecchie ideologie di provenienza dei dirigenti e alle loro lotte interne che necessitano di scaricare le responsabilità sulle altre componenti di quel partito, alle colpe del vertice, di volta in volta troppo socialdemocratico o troppo moderato, poco radicale o poco riformista. Basterebbe, invece, allontanare quello sguardo fuori da sé, smetterla con i vecchi schemi di una vecchia politica dei vecchi tromboni di sempre, incapaci – anche volendo- di leggere i tempi nuovi, e cercare di capire come funziona quella nuova e, soprattutto, domandarsi che cosa cerchino disperatamente gli elettori potenziali del centrosinistra. Eppure, è una scoperta abbastanza semplice. Caduto il sogno dell’ideologia, quella che alimentava le speranze di cambiamento, la fiducia nel futuro, un ancoraggio solido di valori in cui credere, quel popolo ha bisogno di qualcosa che la sostituisca e di persone che, con l’esempio della loro vita, possano restituire l’entusiasmo, la voglia di partecipare a una lotta, la passione per un impegno civile, prima ancora che politico.

Il Pd certamente avrebbe questi uomi. sia a Roma sia in periferia. Ma dal suo travagliato parto in poi, ha offerto altro. Innanzi tutto, un sostanziale messaggio di conservazione, del tutto contraddittorio rispetto allo spirito di un partito di sinistra, che dovrebbe fare del cambiamento la sua bandiera. Conservare la Costituzione è certamente un bene, perché racchiude valori tuttora validi. Ma non può essere un manifesto mobilitante, poiché, al di là dei grandi principi, si possono adeguare le forme alle esigenze di una moderna democrazia.

E’ giusto conservare le tutele sociali, ma come si può pretendere di rispondere, con un vecchio Welfare che aiuta solo gli occupati, alle esigenze dei giovani che non trovano lavoro o lo trovano solo a un insostenibile costo di precarietà? Perché dare sempre l’impressione di opporsi a qualsiasi mutamento nella scuola, nell’università, negli uffici pubblici? Non dice nulla, alla dirigenza Pd, il grande successo della trasmissione tv di Fazio e Saviano? Perché, nonostante un certo sdolcinato buonismo e l’abuso di retorica, tanti italiani si sentono rincuorati da chi gli dice che la criminalità organizzata può essere sconfitta, se non si ha paura; che i meritevoli, anche se poveri, possono aver successo e che il mutamento è possibile, solo se lo si vuole? Insomma, da chi ridà un sogno perduto al suo popolo e non crede che alla sinistra basti il cinismo di vincere le elezioni con qualsiasi alleato, a qualsiasi prezzo.

Ecco perché non c’entra nulla il riformismo o il radicalismo, il riferimento al cattolicesimo o al tardomarxismo, il gioco delle cordate correntizie o la voglia di sconfiggere il segretario di giornata. Gli elettori delle primarie e delle urne che contano sono in cerca di figure che accendano una speranza di cambiamento e che offrano un progetto di futuro che riscaldi anche il cuore. Perché, nella politica di oggi, l’emozione conta come la ragione. Del resto non si può dimenticare che Veltroni, al Lingotto di Torino ebbe quel grande successo perchè seppe far intravedere un programma accattivante, capace di attirare molto interesse, e entusiasmo. Allora per vincere le prossime elezioni (che non saranno a Aprile) occorre ritrovare, tutti, alcuni principi, alcune certezze e questo entusiasmo. Per questo sabato sarò a Roma San Giovanni, insieme al Pd., per portare un po’ dell’entusiamo che non mi manca. E proviamola nuova.  

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