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SE QUESTO E’ UN UOMO

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Presentando ieri agli studenti del Liceo Scientifico il libro “Se questo è un uomo” ho ritenuto di dover parlare degli immigrati invece che degli ebrei massacrati nei campi di stermino, perché penso che il futuro in cui siamo già immersi comincia nelle periferie delle nostre città: Il futuro comincia a Rosarno come a Tor de Cenci allo Zen come a Scampia, perché i principali problemi della nostra civiltà si addensano qui dove le fughe di intere popolazioni dalla povertà e dalle guerre si intrecciano alle vaste paure che s’insediano come nebbie nelle nostre periferie, intossicando la vita degli immigrati e dei locali. Tra migrazioni divenute inarrestabili, perché da tempo non si trovano italiani e cittadini di Paesi ricchi disposti a fare, allo stesso salario, i lavori fatti da africani, e l’ipocrisia di chi crede che la risposta consista in un’identità monoculturale da ritrovare.

  Gran parte dell’Europa ha una cupa reputazione, ma questo non scusa i nostri misfatti e silenzi: il silenzio del sindacato soprattutto, abituato a proteggere pensionati e operai delle grandi industrie e del tutto afasico sull’intreccio mafia, immigrati, sfruttamento.  Le rivolte odierne hanno una storia alle spalle, occultata dai politici e da molti giornali.  Quel che è accaduto è una sciagura prevedibile, e per rendersene conto basta vedere come vivono, gli africani in italia. Sono eloquenti più di altri i video di Medici senza Frontiere, che parlano di crisi umanitaria in Italia. Il rapporto che Msf ha redatto nel 2009 ha per titolo: “Una stagione all’inferno”, come il poema di Rimbaud.  Difficile descrivere altrimenti gli africani che vivono in giacigli di stracci.  Tutt’intorno, fuochi e soprattutto rifiuti, montagne di rifiuti tra cui vagano, tristi ombre, esseri umani che si costruiscono alloggi di cartone o tende senza sanitari.

  Vedere simili paesaggi ricorda Gaza, gli slum pachistani, le bidonville colombiane, le favelas brasiliane: non è vita primitiva ma l’osceno connubio tra architetture industriali moderne, indigenza estrema e apartheid.  Intanto ci nutriamo volontariamente di menzogne, come il protagonista nel poema di Rimbaud, quando diciamo che quest’oscenità nasce dall’eccessiva tolleranza verso i clandestini.  Abbiamo chiamato noi gli africani a raccogliere aranci, consci che nessuno lo farà a quel prezzo e per tante ore (20 euro per un giorno di 14 ore; 5 euro vanno a caporali mafiosi e autisti di pullman).  E la tolleranza denunciata da Maroni non è verso i clandestini ma verso le condizioni in cui vivono clandestini o regolari.  Dopo aver tollerato tutto questo, e versato nella regione milioni di euro finiti in tasche sbagliate, ogni stupore è fuori luogo.  I tumulti non sorprendono: se questi africani non son uomini, come s’intuisce nei video, impossibile che non sboccino, prima o poi, i “Frutti dell’Ira” di John Steinbeck. Scritto nel ’39 durante la Grande depressione, il libro Furore poteva sperare, almeno, nel New Deal di Roosevelt che noi non abbiamo.  Ne abbiamo tuttavia bisogno, di un New Deal, che metta fine all’apartheid e non si limiti a spostare immigrati come mandrie da un posto all’altro.  Con l’estendersi delle catastrofi climatiche saranno enormi, gli esodi. Non è vero che la questione della cittadinanza viene per ultima.

Le grandi crisi si affrontano con grandi scommesse iniziali, fondatrici di nuove solidarietà.  Pensare in grande l’integrazione è preparare oggi il futuro.  Dicono che l’identità stiamo smarrendola, a forza di rinunciare alle nostre radici e di convivere con diversi che ci condannano al meticciato.  Anche questa è menzogna.  In realtà siamo già cambiati: non perché incomba il meticciato tuttavia, ma perché la nostra identità non è più quella curiosa, accogliente, porosa che fu nostra quando emigravamo in massa e incontravamo violenza.  L’identità che abbiamo perduto, la recuperiamo solo se non tradiamo quella vera inventandone una falsa.  Solo se sblocchiamo le memorie.  Solo se scopriremo che il nostro problema irrisolto non è l’identità italiana, ma l’identità umana. 

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