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SENZA REGOLE C’E’ SOLO UN VICOLO CIECO

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E’ stupefacente il modo rozzo e autolesionistico col quale uno dei coordinatori del Pdl ha ritenuto di rivolgersi al Quirinale. Lo stentoreo “ce ne freghiamo del Quirinale!”, gridato da Denis Verdini, non è soltanto un atto di volgarità istituzionale: è un autogol politico. Ed ha rivelato la tentazione di una parte del Pdl di arrivare anche allo scontro col Quirinale pur di avere le elezioni. Ma l’episodio lascia intravedere quali pressioni è destinato a subire il Quirinale. Il «terzo polo» e il centrosinistra insistono sulla possibilità di allargare la maggioranza dopo la crisi. Il fronte berlusconiano contempla le urne. Fra questi due estremi c’è una terra di nessuno che il capo dello Stato sarà costretto a percorrere armato solo della bussola della Costituzione. Il problema è che ognuno la vuole piegare ai propri obiettivi. E, se li manca, rischia di cedere alla tentazione di scaricare il proprio fallimento sul Quirinale. Del resto la decisione di chiudere la Camera fino al 13 dicembre, data di inizio del dibattito sulla sfiducia, dà purtroppo la misura della gravità a cui è giunta la crisi politica.

Una crisi che si trascina da settimane e negli ultimi giorni ha visto il Parlamento trasformato in campo di guerriglia, neppure di guerra, in cui la regola sono trappole e agguati, e l’eccezione, piuttosto, la normale discussione e approvazione delle leggi che il Paese s’aspetta dai propri onorevoli. La premessa comune è che l’era berlusconiana si è esaurita. E dietro le manovre e ultimatum si indovina un calcolo azzardato: tutti sperano che se si dovesse aprire davvero la crisi, il Pdl si squagli e la Lega si smarchi. Per il momento gli indizi sono a dir poco labili, sotto traccia: al punto da fare apparire l’offensiva una corazza che nasconde molte inquietudini. Probabilmente una fase è finita davvero, ma la fretta di archiviarla può in realtà prolungarla in maniera imprevedibile: nonostante il contributo maldestro di alcuni berlusconiani.

E’ inutile negarlo: al punto in cui sono giunte le cose, è davvero arduo scommettere su un ripensamento di leader come Berlusconi e Fini, che nel fuoco di uno scontro personale sembrano aver smarrito da tempo le ragioni della politica. Ed è quasi certamente destinata a rivelarsi un’illusione l’idea che, dopo aver perseguito con un tale accanimento l’eliminazione ciascuno dell’altro, ci ripensino e si accorgano di essersi cacciati in un vicolo cieco. Eppure chissà perché, a guardare i due duellanti stanchi, a fine corsa, seduti uno di fonte all’altro con le pistole posate sul tavolo, viene da pensare che è più facile che se le rimettano in tasca, che non che premano il grilletto.

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