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SOLO LA MORTE POTEVA SPEGNERE LA SUA VOCE DI APPASSIONATO RIVOLUZIONARIO

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Le sue poesie erano come schegge aliene, meteoritiche. Sembravano scritte per non essere capite o per essere studiate. Spaventava la sua capacità di mescolare e combinare le parole in una forma mai vista.  Era l’avanguardia in laboratorio.  Capofila della neoavanguardia poetica, teorico di spicco del gruppo “Gruppo 63” che rivoluzionò la scena letteraria italiana nei primi anni ’60, Edoardo Sanguineti è stato figura di letterato a 360 gradi, fuori e dentro il mondo accademico. Poeta, intellettuale, professore di letteratura, autore di teatro, critico, saggista, La sua attività è stata sempre caratterizzata da una battaglia culturale iniziata con l’esperienza avanguardistica degli anni Sessanta. La sua attività è continuata fino all’ultimo giorno.  Sanguineti è stato un monumento della poesia, un protagonista della nostra letteratura e vita culturale del secondo Novecento.

  E’ morto ieri mattina all’età di 79 anni  Autore di saggi, sull’onda degli anni caldi del terrorismo consigliere comunale della sua città (1976) e deputato al Parlamento (1979-1983) è sempre stato una sorta di curioso anarchico berlingueriano, si è sempre trovato polemicamente in prima linea quando c’erano da rivendicare diritti per i più deboli o difendere i valori dell’Italia nata dalla Resistenza.  Ma questo signore dal naso grosso, i capelli sempre a cespuglio come un ragazzo, il sorriso sottile e sempre ironico, dongiovanni nell’animo e nella vita compagno inseparabile della moglie, era anche un appassionato amante della musica, traduttore dalle lingue classiche, aperto alle novità tecnologiche (è del 2001 il suo spettacolo “Pirandello.com”), drammaturgo sin dalla collaborazione con Luca Ronconi per la storica riduzione teatrale dell’ Orlando Furioso e sino all’Edipo per Benno Besson, oltre che autore di testi per Luciano Berio.  La sua poesia sperimentale rappresenta la “dissoluzione” del linguaggio quotidiano, come dimostrazione dell’impossibilità del comunicare nella società dei consumi. 

Bisogna ammettere che il suo arrivo sulla scena letteraria italiana ha cambiato il clima, tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta.  Sembrava che sapesse tutto, che avesse letto tutto, che fosse in grado di avere l’idea giusta – la sua – su tutto. Ideologo e poeta marxista, come del resto Pier Paolo Pasolini.  Ma più marxista di Pasolini, e in più sembrava ‘senza cuore’, un distruttore della continuità letteraria e della tradizione.  Ma in lui c’era anche l’accademico, il lettore interprete di Dante, l’erudito e soprattutto il dialettico, capace di dimostrare che era vera anche una cosa, se non falsa, comunque quasi insostenibile.  E sembrava anche che Sanguineti avesse in mano la formula per risolvere una volta per tutte il problema del rapporto giusto fra marxismo rivoluzionario e avanguardie irrazionaliste, fra materialismo dialettico e psicanalisi.

Il suo momento sono stati gli anni Sessanta, quando i suoi competitori e avversari, dotati degli stessi strumenti ma con animo diverso, erano gli altri due poeti ideologi: Pasolini, appunto, e Franco Fortini, a loro volta in polemica ma con un maggiore rispetto reciproco.  Sanguineti invece ha sempre voluto essere e restare solo con la sua idea dell’avanguardia come unico tipo di letteratura novecentesca che avesse prodotto qualcosa di buono.  Ma anche, cosa che lo ha danneggiato, prigioniero delle sue formule dialettiche alle quali è rimasto sempre molto affezionato. E se in lui una revisione dei presupposti marxisti e avanguardisti avrebbe potuto esserci, con il passare degli anni, quella è un’operazione che non ha voluto fare. Ha mantenuto una quasi incredibile, avara coerenza, che in un certo senso lo ha fatto rimanere (come forse lui voleva, perché si sentiva uomo d’avanguardia) per sempre giovane.  Non è mai cambiato. In ogni dibattito, anche fino a poco tempo fa, era difficile sentirgli dire qualcosa di diverso da quello che aveva detto nel corso dei decenni precedenti.  Questo da un lato ha ipnotizzato certe ondate generazionali di seguaci assoluti, dall’altro lo ha molto isolato, perché nel frattempo sono cambiati tutti i fondamenti del ragionamento sulla letteratura.  Credo che negli ultimi anni si sentisse piuttosto fuori.  Con soddisfazione, probabilmente, perché era bravissimo a giustificare con le sue categorie di letterato rivoluzionario qualsiasi cosa gli capitasse o capitasse nel mondo. 

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