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SONO UNA PECORA NERA

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Oggi a Venezia con Ascanio Celestini Sono una pecora nera. E sono orgoglioso di poter dare il mio contributo per il successo del film di Ascanio Celestini  “La pecora nera”, girato con un attore  – amico come Giorgio Tirabassi, rappresentato dalla nostra società  RQS,  che porta a Venezia  il testo teatrale di Celestini sui manicomi. Sono una pecora nera. Avendo lavorato con queste pecore mi sono convinto che i confini non servono, siamo tutti uguali, quelli dentro, sottoposti al “trattamento sanitario obbligatorio” e quelli fuori, sottoposti al “trattamento consumistico obbligatorio”, che fanno la spesa nei supermercati , nei centri commerciali che sono acquari alienanti dove, quando esci, non hai acquisito nessun tipo di relazione umana e ti senti pure contento. Nei padiglioni abbandonati dell’ex ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà, a Roma, Ascanio Celestini  ha girato ad aprile scorso  La pecora nera, il suo primo film, tratto dal libro e dallo spettacolo omonimo, basati su un’ampia raccolta di interviste.

Dei manicomi, che non esistono più, resta l’ideologia, la stessa applicabile ad altre istituzioni, per esempio la scuola e anche i lager. Il meccanismo è semplice: chi per qualche motivo si è guadagnato il marchio di pecora nera resta pecora nera per sempre. Eppure quei luoghi servono a tante cose: mettere da una parte i buoni e dall’altra i cattivi. In fondo è tranquillizzante per tutti sapere che c’è una separazione tra chi funziona e chi no? E poi ci sono i meccanismi di gestione del potere. Non a caso Basaglia diceva sempre che il problema sta nel fatto che alcuni hanno il coltello dalla parte del manico e altri no. E infine anche il nodo dell’occupazione perché quei posti «davano lavoro a un sacco di gente.Al centro del viaggio di Celestini, nell’arco di tempo che va dal 1975 al 2005, si muovono personaggi presi dalla vita vera, condensati o diluiti nel corpo di attori noti come se stesso e come Giorgio Tirabassi, eroe di fiction da grandi ascolti. Sono loro a ricostruire le vicende di Alberto Paolini, un paziente che ha vissuto per 45 anni dentro un manicomio e ha raccontato tanto della sua esperienza, e di Adriano Pallotta che è stato infermiere e sullo schermo diventa degente, come per dire che la differenza tra le due condizioni è molto sottile, quasi impalpabile.

Il film racconta il disagio che viviamo tutti e che può manifestarsi in tanti modi diversi, magari anche stando male sotto le gallerie o soffrendo perché si diventa calvi. Le storie degli internati, prese dalle cronache vere, parlano di suicidi fantasiosi, di fughe comiche, di condanne ingiuste e poi di porte e di chiavi, oggetti simbolo della detenzione. In teatro la gente rideva molto, non so perché. Forse il film farà ridere di meno, le storie, girate in questo luogo, acquistano un senso tragico e grottesco. Il racconto viene compreso nel momento in cui, davanti a chi lo segue, la scena si compone. Per questo la voce narrante non è la solita guida onnisciente» di tutti i film. Serve a spiegare le immagini, un po’ come quando si sfoglia un libro di foto e ci si ricorda di quel determinato momento. Straordinario folletto dell’affabulazione, Celestini sceglie di mettersi dietro la macchina da presa dopo aver fatto vivere per anni i suoi personaggi solo attraverso la forza delle parole. Grazie al cinema può farne a meno. Il vero segno, nel linguaggio narrativo, è l’immagine.

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