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SORDI: SPECCHIO DEGLI ITALIANI

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Oggi alle ore 15 /17 sul GoToWebinar de “La Sapienza”, per gli studenti del Dams, ma anche per i liceali che preparano gli esami di Stato, prima parte della lezione su Alberto Sordi. Una maschera unica, tragica e grottesca, cinica e comica allo stesso tempo, in cui tutti gli italiani si sono rispecchiati: si può riassumere così la figura di Alberto Sordi, uno dei più grandi attori della storia del nostro cinema, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita. Nato il 15 giugno del 1920 e scomparso nel 2003, il grande interprete romano è stato uno dei volti più importanti della storia del nostro cinema . Il primo successo arriva perché, seppur così giovane, vince il concorso della MGM come doppiatore di Oliver Hardy, a cui darà voce per qualche anno. La bravura come doppiatore lo porta a prestare la voce, tra il 1945 e il 1950, a divi del cinema americano come Robert Mitchum, Victor Mature e Anthony Quinn. Ma non solo: a volte doppia anche interpreti italiani, come succede con Marcello Mastroianni in “Domenica d’agosto”. Federico Fellini lo sceglie come protagonista del suo esordio in solitaria «Lo sceicco bianco» (dopo aver diretto a quattro mani «Luci del varietà») del 1952, ma avrà ancora più notorietà con il successivo «I vitelloni» del 1953, sempre di Fellini, e con l’indimenticabile personaggio di Nando Moriconi in «Un giorno in pretura» (1953), prima, e soprattutto in «Un americano a Roma» (1954), poi queste prime figure si sviluppa la carriera di un interprete che ha saputo rappresentare i (tanti) vizi e le (poche) virtù degli italiani, all’interno di una galleria di volti comici semplicemente indimenticabili.

Tra i tantissimi, non possiamo non ricordare il doppiogiochista de «Il moralista», il soldato lavativo de «La grande guerra», il toccante ruolo del sottotenente in «Tutti a casa», il “vigile” e il “medico della mutua” negli omonimi film di Luigi Zampa, la vittima di un errore giudiziario in «Detenuto in attesa di giudizio», il cinico aristocratico Gian Maria Catalan del Monte in un episodio de «I nuovi mostri» o il memorabile signor nessuno di «Un borghese piccolo piccolo”. Collezione di personaggi però è davvero interminabile, poiché Sordi è stato anche un prete, un autista, un libertino, un ladro, un malato immaginario e ha ricoperto tantissimi, infiniti, ruoli che ne hanno sancito la grandezza. Forse, però, la sua più grande prova d’attore è stata nel capolavoro di Dino Risi «Una vita difficile» del 1961, in cui mostra la sua bravura in un ruolo ricco di sfumature anche drammatiche. Una carriera incredibile, che l’ha portato a vincere diversi premi: 4 Nastri d’Argento per «I vitelloni», «Lo scapolo», «La grande guerra» e «Un borghese piccolo piccolo»; un Leone d’oro alla Carriera alla Mostra di Venezia nel 1995, un David di Donatello alla carriera nel 1999, un Orso d’Argento al Festival di Berlino nel 1972 come miglior attore per «Detenuto in attesa di giudizio»; un Golden Globe come miglior attore in un film commedia o musical per «Il diavolo”.
La sua avarizia era solo una leggenda, con Verdone non c’era tutta questa sintonia, di Manfredi meglio non parlare, il rapporto con la politica, come nacquero alcune delle sue citazioni più famose. l’attore che diede il volto a tanti arcitaliani, ma non interpretò mai un politico nei suoi film: «Diceva che recitavano già loro e che sarebbe stata una sovrapposizione inutile…

Negli anni ‘50, la Democrazia Cristiana gli chiese di fare il sindaco di Roma. Pur cattolico declinò l’invito. Altre proposte di entrare in politica le ricevette un po’ da tutti i partiti. Ma affermava che nell’Italia politica degli ultimi anni ci fosse tanta mediocrità. Lui che ebbe il rimpianto di non essere stato candidato dall’Italia agli Oscar; lui che non amava i critici cinematografici («si commuovono soltanto davanti ai sarcofagi, basti pensare che cosa hanno fatto con Totò»); lui che pensava che l’Italia avrebbe dovuto puntare su agricoltura e turismo («ora saremmo una nazione senza problemi dove tutti sarebbero occupati»); lui che con Manfredi non aveva un gran rapporto. Una ruggine nata da un’intervista in cui Nino disse che «Sordi non ha mai fatto altro che se stesso in vita sua ed è per questo che oggi è finito… Anzi, ci svelò che se lui era avaro, Nino Manfredi era veramente tirchio. Piuttosto Sordi era generoso, ma senza ostentare: «Chi conosceva veramente Alberto sa che frequentava gli orfanotrofi e che aveva adottato a distanza decine di bambini, filantropia sempre fatta in silenzio, come era il suo stile… A quei familiari che gli erano più vicini, così come alla sua segretaria storica Annunziata Sgreccia, alla contessa Patrizia de Blanck con la quale ebbe una love story nei primi anni ‘70, Alberto ha sempre detto di voler destinare la sua villa faraonica a orfanotrofio perché in quella casa — disse — non c’è mai stato il sorriso di un bambino». Invece è diventata un museo, contravvenendo alle sue volontà perché «la sua villa l’aveva sempre protetta da sguardi indiscreti con estrema fermezza e mai avrebbe voluto che fosse mostrata al pubblico».

Nel mio elenco degli amici di Alberto in molti si stupiranno di non trovare il nome di Carlo Verdone. Alberto rivelò di non essersi trovato bene sul set del film Troppo forte. Ci disse che Verdone aveva avuto paura di essere oscurato da lui in un film diretto da Verdone stesso. Di lui non ci disse altro. I fatti parlano chiaro: dopo quel film non lavorarono mai più insieme.

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