TENE BABSA… IN ATTESA DELLA CARESTIA

TENE BABSA… IN ATTESA DELLA CARESTIA

Tene Babsa, sessant’anni e due gambe sottili come il bastone che usa per evocare i ricordi lontani.  E’ un giunco nero in un cielo bianco di luce, vive in un villaggio che di moderno ha solo le ciabatte di plastica ai piedi, si accontenta di nulla e ha una sola paura.  “Sai perché non piove più? Con le nuove religioni dio ha smesso di volerci bene”.  Quando interverrà al vertice sul clima che si apre il prossimo 7 dicembre a Copenhagen non invocherà né Allah né gli dei della pioggia.  Dirà che il riscaldamento globale sta rovinando il suo paese. E chiederà all’Occidente una montagna di soldi per insegnare a fare a meno dell’acqua.  L’Unione africana ha scelto l’Etiopia per trattare a nome di tutti al summit che dovrebbe salvare il pianeta, ma molto probabilmente rimanderà il bel gesto a data da destinarsi.  Peccato, perché la posta è alta e i numeri fin troppo eloquenti: se nel 2006 l’Italia ha immesso in atmosfera 674 milioni di tonnellate di anidride carbonica, l’Etiopia con un terzo degli abitanti in più si è fermata a poco più di un centesimo: sei milioni di tonnellate.

Se il colosso cinese è responsabile del 21 per cento delle emissioni globali, e gli Stati Uniti seguono a ruota con il 20,2, l’Africa intera rincorre lo sviluppo producendo non più del 3,7 per cento dei danni.  Il disequilibrio è enorme, ma diventa insostenibile se si pensa che l’impatto è inversamente proporzionale alle cause: in Italia (almeno per ora) il cambiamento climatico mette a repentaglio il week end, in Etiopia fa sparire la materia prima che tiene in vita l’80 per cento della popolazione.  È lo spettro della siccità verde che si aggiunge ai malanni tradizionali e, solo in Etiopia, nei prossimi mesi metterà a rischio la sopravvivenza di oltre sei milioni di contadini.  E sì che alle spalle il paese degli altipiani ha anni di crescita a due cifre.  Con i suoi tre milioni di abitanti, Addis Abeba ha preso a mimare le mosse della danza globale e a sostituire la terra battuta con grandi torri commerciali ad alto fatturato e nessun’altra pretesa.  Ma l’Etiopia dei villaggi continua ad arrancare tra la sete e la fame: qui tutto viene e va con il raccolto, e ci si può ritrovare sul lastrico solo perché la pioggia cade nel momento sbagliato.  Acqua, pascoli, sole e rovina.

Nella regione agricola dell’Oromia 32 distretti su 387 da gennaio avranno bisogno dei sacchi di farina del governo: tra questi il Fadis, che ci accoglie con una distesa di cereali senza frutto, di bambini con i quaderni sottobraccio, e di uomini che ricordano un tempo in cui tutto sembrava più pieno e più semplice.  Gli invasi dell’acqua piovana ancora nel 2004 davano da bere per sei mesi all’anno, mentre oggi arrivano a malapena a coprire due mesi di sete. Non che qualcuno si lamenti: qui tutti sembrano abituati a sopravvivere se si può, e a sopportare le angherie del cielo con la stessa pazienza con cui tollerano le mosche sul labbro per decine di snervanti minuti.  Ma nessuno si fa illusioni. Tra poco comincerà la carestia. Per fronteggiarla il piano d’emergenza di Addis Abeba garantirà 15 chili di farina al mese a 32mila dei 140mila abitanti del distretto.

Nessuno dovrebbe morire per fame. Ma nelle capanne di fango in cui si mescolano vagiti di bimbi e muggiti di vacca, si fa fatica a pensare che per i villaggi il peggio sia ancora di là da venire.  Sprofondiamo sempre più nell’Africa che cambia senza volere. A dieci chilometri dalla città di Harar, che rimane magicamente sospesa tra memorie coloniali e identità musulmana, il lago Haramaya è semplicemente sparito. Dove si andava in barca ora brucano le capre.  È successo tutto in pochissimi anni, perché i contadini hanno abusato dell’acqua, la deforestazione ha aumentato il sedimento e il riscaldamento ha seccato le sorgenti.  Qui come altrove, la vita si fa dura appena si scende dai duemila metri dei grandi altipiani. Nel centro del paese, a cento chilometri dalla capitale, è il lago Abjata a ritrarsi di quasi un chilometro all’anno

Ci sono rimasti solo i fenicotteri e Tene Babsa, sessant’anni e due gambe sottili come il bastone che usa per evocare i ricordi lontani.  Per fronteggiare quest’emergenza le priorità sono due: un accordo sulla riduzione dei gas serra, e un piano di finanziamenti per aiutare i paesi più colpiti ad adattarsi alle nuove condizioni climatiche.  Con il programma Meret, le Nazioni Unite hanno dimostrato che bastano investimenti modesti per arrivare a una gestione del terreno che resista alle bizze del nuovo millennio.  Nel bacino di Dabe, a pochi chilometri dalla città di Nazreth, 202mila euro sono stati sufficienti per piantare una foresta, alimentare le sorgenti e mettere in sicurezza trecento famiglie di contadini.  Pochi o tanti, oltre che di emissioni è quindi questione di soldi. Il primo ministro Meles Zenawi lo sa, e va a Copenhagen per battere cassa presso i grandi produttori e i grandi inquinatori del Nord del mondo.  Si parte da una richiesta di 45 miliardi di euro all’anno.  L’Africa intera fa sapere che saranno difficilmente trattabili. 

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