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TERRA MIA: UN LIBRO PER CHI HA AMATO PINO DANIELE

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Quarant’anni fa. Era ovviamente un altro mondo. E un altro tempo. Un disco poteva colpire al cuore. Indicare una strada e, se non è dir troppo, anche cambiare una vita. Quella di chi in quel disco cantava e suonava. Ma anche quella di chi l’ascoltava. Quarant’anni fa usciva il primo album di Pino Daniele, “Terra mia”. Con dentro due delle sue canzoni più emblematiche, “Napule è” e quella che dà il titolo al disco: tra le più belle della sua produzione. Le sue canzoni-manifesto. A raccontare quell’avventura, quarant’anni dopo, è Claudio Poggi, produttore di quell’album, con Daniele Sanzone, cantante degli A ‘67 ma anche autore e saggista. Il libro è stato presentato all’Ibis di Roma con gli autori e i giornalisti Gino Castaldo e Sandro Ruotolo .  Il titolo del libro è lo stesso del disco, “Pino Daniele – Terra mia” (minimum fax, 113 pagine, 16 euro). Ed è uguale perfino la copertina: stessa grafica e stesso disegno. Primo album, per Daniele come artista e per Poggi come produttore: per entrambi, e per la storia della musica popolare italiana, un punto di non ritorno, l’inizio di una vicenda forte e unica. Vissuta con l’incredula intensità che la gioventù può avere.

Momenti irripetibili, la cui impronta può segnare un’intera esistenza. Quella dell’artista si è interrotta bruscamente nella notte tra il 4 e il 5 gennaio 2015. Per quelli che restano, gli amici veri o presunti, di un giorno o di una vita, per i fan, per chiunque senza conoscerlo personalmente è stato toccato dalla sua musica… per loro è tutta un’altra storia, tanto per fare una citazione. Ma per Claudio Poggi il senso di quell’incontro conserva una profondità imperscrutabile, una delicatezza e una fragilità che quasi fanno male. La bellezza del libro sta proprio nel candore e nell’ingenuità con cui Pino e Claudio vivevano quei giorni: gli incontri nei bar, i lunghi e ripetuti ascolti di nastri e provini a casa dell’uno o dell’altro, i primi approcci con i boss della discografia, l’emozione di trovarsi a contatto con artisti famosi. Due ventenni di allora, jeans lisi e capelli lunghi: li vediamo percorrere le strade della loro città oppure sbarcare audacemente a Roma, con una certa luce negli occhi e una determinazione che non avrebbe tardato a dare i suoi frutti. I musicisti che lo accompagnarono in questa prima avventura musicale erano tutti estremamente validi e la qualità degli arrangiamenti ne è la prova. Disco veramente imperdibile, che suda intensità, smania compositiva e voglia di fare le cose in grande.

Il disco è una perla di musica dal sapore fortemente mediterraneo con contaminazioni disparate caratterizzate da sonorità etniche, gag sarcastiche, musica popolare napoletana. Importante è constatare come negli anni “70 tanti gruppi emersero nella realtà napoletana e tutti sentirono l’esigenza di rapportarsi alla tradizione musicale del proprio paese, dimostrando così come fortemente fosse ancora radicata e posseduta dal popolo, anche con un certo orgoglio. Per citare solo alcuni nomi: Osanna, Napoli centrale, Musicanova, N.C.C.P. e appunto Pino Daniele. E la tradizione si rinnova…  Proprio da qui infatti Pino Daniele mosse i primi passi, assorbendo non solo le sonorità della proprio terra ma anche i problemi che la caratterizzano, facendosi portatore della croce per il suo popolo come un Masaniello contemporaneo.   Tutto il disco è infatti solcato da drammi tipicamente napoletani, incontrando nei vicoli del rione Sanità, nei quartieri Spagnoli e nei “vasci”, le contraddizzioni di una città da secoli tesa fra desiderio di cambiare e la paradossale voglia di non farlo: “Simmo scieme o poco buone, forse chesta ‘a verità”.  La canzone che apre il disco, “Napule è”, al calore delle note di un mandolino accompagnato da un pianoforte, ci accompagna, come sostenendoci su ali invisibili, in un volo sul golfo di Napoli dove dall’alto vediamo tutto ciò che con uno zoom ci appare come un universo di deliziose dificoltà, di amori e di odi.

 In bilico fra una gag esotica e il più tipico brano rock, “Na’ tazzulella e cafè” è una sarcastica canzone che con un sorriso ironico ci richiama all’impossibilità di sopravvivere solo con il caffè, mentre alcuni, come i napoletani ne fanno uso, ma fanno imbrogli, speculazioni e non gli fanno mai sapere cosa succede e che cosa questa volta hanno pensato per loro: gli lasciano solo il caffè.   ”Ce sta chi ce penza” si presenta come una canzone popolare contaminata da influenze blues, che in modo originale e scurrile ci introduce nell’inquetudine di un vicolo, dove cori femminili accompagnano un arrabiato e sarcastico popolano che vuole mangiare e non più vivere in case fradice. “Rivolgiamoci a S.Gennaro, alla Madonna, giochiamo all’otto…… ma non preoccupiamoci qualcuno in questa città ci aiuterà…….chi?   In “Suonno d’ajere”, in un’atmosfera sospesa da villanella cinquecentesca, una sensuale voce femminile cerca l’antico Pulcinella che faceva ridere la gente e ora invece parla solo di guerra…  Un sincopato blues è invece “Maronna mia”, critica canzone sull’umirtà della gente di fronte ad un mariuolo visto da tutti nell’atto di rubare.

Queste ed altre canzoni delineano le tematiche dell’album caratterizzandolo con una musica varia e fantasiosa pregna di spunti solari, portatrice di un messaggio di grande umanità, spesso quasi antropologico nell’osservare e ritagliare fatti e particolarità del popolo napoletano.  Veramente un ottimo disco, il suo limite, non tanto musicale ma legato ai testi, riguarda il cantato quasi tutto in dialetto e anche la difficoltà per chi non conosce la città ad entrare nei temi e comprenderli.”Napule è tutto nu suonno e a’ sape tutti o’ munno ma nun sanno a’ verità”.«Nel 1977 – scrive Gino Castaldo nella prefazione – sembrava difficile che si potesse dire qualcosa di nuovo in una tradizione che, al momentodel debutto di Pino Daniele, vantava già almeno un secolo di trionfale e autorevole storia….eppure Pino ci riuscì». Poggi rievoca nei dettagli quella svolta, con sobrietà e vivacità, evitando accuratamente la retorica che il mito dell’artista scomparso qualche volta può ispirare. Ma racconta anche la storia di un’amicizia, un’avventura umana e sentimentale che sembra non essersi mai conclusa.

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