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TERRAFERMA: CRIALESE FIRMA UNO SPLENDIDO FILM

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Il momento dell’italia è arrivato. E se l’accoglienza riservata al primo film italiano passato in concorso qui a Venezia 68, Terraferma di Emanuele Crialese, può essere un metro di misura valido si può dire che è andata davvero bene. Calorosi applausi a fine proiezione e, altrettanta, calorosa accoglienza per il regista e il cast in conferenza stampa.

Leone d’Argento rivelazione nel 2006 con Nuovomondo, Emanuele Crialeseritorna al Lido con una storia in presa diretta di due donne, una isolana e una straniera, alla ricerca della propria Terraferma. Crialese firma uno splendido film sulla scia dei temi già affrontati in “Respiro” e “Nuovomondo” In “Nuovomondo” era un transatlantico, eravamo all’inizio del ventesimo secolo e gli immigrati erano italiani. In “Terraferma”si viaggia in gommone, i passeggeri hanno i volti scuri dell’Africa e parliamo di oggi e domani, di viaggi della speranza che continuano senza interruzioni possibili né oggi né in un prossimo futuro. Emanuele Crialese unisce due dei temi principali delle sue passate pellicole (“ Respiro” e, per l’appunto, “Nuovomondo”), la vita su un’isola vista da un isolano e l’emigrazione, per firmare  uno splendido film fatto di acqua, sabbia, solidarietà e incertezze nel futuro. Partire o non partire? Se c’è chi pensa di lasciare l’isola, la sua povertà (se non nei due mesi esitivi grazie al turismo), la tradizione della pesca e un intero mondo di luoghi e cultura che, purtroppo, non danno da mangiare, c’è chi in quel pezzettino di terra pensa di aver trovato il primo passo verso una soluzione ai problemi della vita, cioè vivere in un Paese più ricco.   La disperazione è biunivoca, ma non c’è miseria economica che tenga, né possibilità di non rispettare la morale della “legge del mare”: quando c’è bisogno di aiutare chi sta peggio di noi, non ci si può girare dall’altra parte per evitare di correre dei rischi.

Quello di Emanuele Crialese è un film denso tanto nei contenuti, quanto nella forma. L’estate di “formazione” del suo protagonista è solo un pretesto narrativo per dare un inizio e una fine ad una serie di eventi che si ripetono circolarmente e periodicamente in tante zone del mondo, Italia come Spagna o altre nazioni ancora. Ciò che è prettamente italiano è il modo di approcciarsi agli altri, quella generosità che spesso si maschera dietro la diffidenza, ma di cui non possiamo fare a meno.

Non c’è polemica strettamente politica nella sceneggiatura scritta da Crialesesi parla di uomini, sentimenti, ricatti morali a cui non si può non ubbidire perché anche se è vero che ci si sente costretti ad avere certi comportamenti, in fondo si pensa che sia anche la cosa più giusta da fare. Le luci si accendono improvvisamente sul mare così come un mappamondo di notte balla sopra le teste di questo eterogeneo gruppo di rifugiati – chi dalla Libia, chi dalla propria casa – ora stretti tutti in un garage a pensare a come sarà il futuro, a quale nuova “terraferma” bisognerà ambire per vivere e non solo sopravvivere. E seppure qualche passaggio si riveli un pochino semplicistico ed oltremodo ideologico, come la clandestina che ripete la parola “mangiare” o i carabinieri con la mascherina sul bagnasciuga, la forza di questa pellicola è così intensa che su questi difetti si può passare tranquillamente sopra.

La poesia per immagini di Crialese commuove e diverte, racconta la storia di un adolescente e racconta la storia di tutti noi, anche di chi vive in città. Anche lui, quando accende il televisore e gli viene mostrato l’ennesimo sbarco, affronta i filmati con una propria opinione, di condanna o di comprensione che sia. Non ha potere diretto sull’evento, non può decidere se respingerli o accoglierli, ma sa bene che incontrerà quegli stessi stranieri sull’autobus, quelle storie saranno proprio lì accanto a lui. Se si sentiranno o meno nuovi italiani, dipenderà prima di tutto dal mondo in cui li guarderà negli occhi.  

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